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Thunder - Parete Perduta, Valle Orco

ventre fabio

Settembre 2016
Era uno di quei giorni di fine estate in cui, archiviati i progetti estivi, ci si dovrebbe riposare, uno di quei giorni in cui si vuole stare serenamente da soli in montagna. Vista la bella giornata decisi di andare a camminare in Valle Orco alla Bocchetta Fioria per vedere la familiare valle da una nuova prospettiva. Arrivato alla bocchetta mi si aprì alla vista un vallone selvaggio pieno di roccia con una parete che spiccava rispetto alle altre, la fotografai accuratamente e la misi nella to-do-list già rassegnato ad andarci tra chissà quanto tempo.

Luglio 2017
Finiti tutti gli esami all’università sono finalmente in vacanza, scopro che in Valle Orco c’è un mio amico belga di nome Lucas che studia e vive a Torino ed è a scalare con dei suoi amici venuti in vacanza in Italia.

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Idee di viaggio (low cost): Vallone di Noaschetta

Stanchi di spendere un intero weekend per fare la coda su di una via ai satelliti del Tacul? Impoveriti dalle spese di autostrada, tunnel e funivia per andare a scalare alle Aiguilles di Chamonix? Logorati dall’ansia di svegliarvi alle 4 al Torino e vedere attorno a voi solo nebbie delle più fitte? Ailefroide è noioso? Il calcare francese è bello, ma granito, fessure ed un rack di friend vi eccitano di più?
Ebbene, se anche voi come me siete giunti al 10 di agosto senza sapere dove andare a passare la vostra meritata ed agognata climbing holiday, esiste un posto dove potete trovare tutto ciò che cerchereste nelle location più blasonate, il costo sarà pressoché zero ed in più vi assicurerete un altro elemento, ormai piuttosto inconsueto, l’avventura! Signore e Signori: il Vallone di Noaschetta!vallone

Nella foto: Il Vallone di Noaschetta visto dall'altro versante della Valle Orco, ben visibili le torri del Blan Giuir e la parete Sud del Monte Castello, oltre all'imponente massa del Gran Paradiso sulla sinistra. (foto: Martina Mastria)

Il fatto che si chiami “Vallone” ha un significato ben preciso, si tratta infatti della più ampia e profonda valle trasversale alla valle Orco, che dai 1065mt di Noasca arriva addirittura ai 4026mt del monte Roc (4000 non riconosciuto), a poca distanza dalla vetta del Gran Paradiso, unico quattromila interamente italiano.

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Lo sperone di Cima Fer è disegnato per il friulano: diedri, lame, spaccature di pietra onesta (*)

raymondi mauroVia Gervasutti alla Cima Fer

Gli allievi del primo corso scoprono la prima via di Gervasutti in Sbarua. Questo è il primo contatto con il rude IV alla “moda vecchia” affrontato alla “moda nuova”, ovvero la dulfer affrontata in scarpette. Una volta terminato il corso sono numerosi gli allievi che si cimentano salendo da primi di cordata la “Gervasutti in Sbarua”. La ripetizione di vie come la Gervasutti in Sbarua è una sorta di banco di prova, che si diventi arrampicatori o alpinisti. Tra le grandi vie di Gervasutti sul Bianco e quella alla Sbarua ne esiste una che consente in una giornata di assaporare un po’ di avventura lontano dall’affollamento, una salita che si addice agli ex-allievi in cerca d’esperienza. In una mattina di un agosto bollente io e Laura decidiamo di trovare un po’ di refrigerio salendo la via Gervasutti alla Cima Fer, zona a noi del tutto sconosciuta.

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Gian Carlo Grassi

manera ugoNell’anno appena trascorso, il 2016, Gian Carlo Grassi avrebbe compiuto 70 anni. Egli aveva iniziato la sua attività alpinistica frequentando i corsi della scuola Gervasutti, terminati i quali, era entrato nell’organico istruttori della stessa. Ritengo doveroso che il ricordo di questo grande personaggio rimanga nei documenti della scuola, per tutti quelli che oggi ne fanno parte e per chi verrà in futuro

 

                                                          

                                                         Gian Carlo Grassi a cura di Ugo Manera

Ricordare un personaggio scomparso non è semplice, vari sentimenti si incrociano e spesso si scivola, magari involontariamente, nella celebrazione retorica elencando enfaticamente meriti e qualità di chi non c’è più. Terribile poi io trovo il modo, abbastanza in uso, di rivolgersi in prima persona con discorso diretto a chi non c’è più.

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Storie 'in quota' d'altri tempi...

 StelleAlpineAbbiamo conosciuto Maria Grazia Laetsch a fine Agosto. Ci troviamo a Ceresole Reale, la nostra attenzione è catturata da una baita in pietra decorata con fiori e cataste di legna di larice ordinate in modo certosino con stile austriaco. La curiosità è così forte da spingerci a chiedere una visita. Siamo accolti con enorme piacere ed orgoglio, una stufa nell’angolo della cucina riscalda l’ambiente mentre inizia una lunga chiacchierata. Maria Grazia e sua sorella Cesarina si rifugiano qui dalle calde e afose giornate della pianura, circondate da intensi ricordi di famiglia. Maria Grazia, classe 1944, ama la montagna fin da bambina, una passione di famiglia che condivide con noi raccontandoci di suo zio Antonio Vernetti detto Tunin, classe 1909. Maria Grazia ci porge un diario dove Tunin narra le sue numerose ascensioni che si svolgono sia nelle prealpi canavesane e sia nel cuore del Gran Paradiso. Siamo tra gli anni 1925 e 1949. Vere e proprie infinite cavalcate da una cima all’altra, in ogni stagione dell’anno, dove le partenze avvengono all’imbocco della Valle Orco, i riposi si fanno dove capita o nelle baite abitate dai “margari”, i dislivelli e le tabelle di marcia fanno impallidire. Tunin condivide molte delle sue salite con la signorina “Pepi” (Giuseppina Laetsch) alternandosi alla testa della cordata. Pepi successivamente diventerà sua moglie. Sono entrambi alpinisti e scialpinisti e sostenitori esemplari dell'alpinismo senza guide. I racconti di questo diario comunicano passione e gioia dove pioggia, temporali, nebbia e nevicate diventano allegro sfondo alla rumorosa comitiva. Un alpinismo tutt’ora d’alto livello praticato da affollati gruppi di persone spesso sotto la forma di gite sociali. Le donne protagoniste di queste ascensioni dimostrano passione, coraggio e determinazione pari ai colleghi uomini.CimaMares1926

La lettura del diario è appassionante e sorge il sospetto di poter trovare qualcosa di veramente esclusivo prima della sua conclusione. Ecco il sospetto diventare certezza: in cima al Gran Paradiso il gruppo di Tunin incontra Giusto Gervasutti, era l’Agosto del 1941.

Quando leggiamo delle imprese di Giusto Gervasutti e dei suoi contemporanei siamo sorpresi dai lunghissimi avvicinamenti e il mondo dell’alta quota sembra disabitato. Da questi racconti invece traspare un gran movimento e l’abitudine a percorrere lunghi itinerari in traversata nei ridottissimi tempi dei fine settimana quando per la maggioranza il sabato era un giorno lavorativo. L’auto, le strade e le attrezzature moderne sembrano aver fatto dimenticare libertà ed avventura dei nostri nonni e bisnonni. Suggeriamo di provare a seguire sulla cartina della Valle Orco l’ascensione alla normale del Gran Paradiso del 1934 e poi confrontarla con il percorso attuale. Quale direttore di un corso d’alpinismo potrebbe proporre una di queste salite senza rischiare il linciaggio?

Laura Frola e Mauro Raymondi

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