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Lo sperone di Cima Fer è disegnato per il friulano: diedri, lame, spaccature di pietra onesta (*)

raymondi mauroVia Gervasutti alla Cima Fer

Gli allievi del primo corso scoprono la prima via di Gervasutti in Sbarua. Questo è il primo contatto con il rude IV alla “moda vecchia” affrontato alla “moda nuova”, ovvero la dulfer affrontata in scarpette. Una volta terminato il corso sono numerosi gli allievi che si cimentano salendo da primi di cordata la “Gervasutti in Sbarua”. La ripetizione di vie come la Gervasutti in Sbarua è una sorta di banco di prova, che si diventi arrampicatori o alpinisti. Tra le grandi vie di Gervasutti sul Bianco e quella alla Sbarua ne esiste una che consente in una giornata di assaporare un po’ di avventura lontano dall’affollamento, una salita che si addice agli ex-allievi in cerca d’esperienza. In una mattina di un agosto bollente io e Laura decidiamo di trovare un po’ di refrigerio salendo la via Gervasutti alla Cima Fer, zona a noi del tutto sconosciuta.

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Il corso di alpinismo della Gervasutti, la Scuola si racconta

20170610 155917 (Large)Anche quest’anno il corso di alpinismo della scuola G. Gervasutti è giunto al termine, gli allievi sembrano quasi dispiaciuti di mancare al solito appuntamento serale per le lezioni teoriche e a quello del week end per l’uscita in montagna. Quest’anno però qualcosa è cambiato in questo corso, cambia la direzione, che passa in mano a Giampiero Bertotti, istruttore nella scuola da diversi anni.

Tutti, allievi e istruttori si riuniscono nella cena di fine corso; e quale migliore occasione per la consegna degli attestati di partecipazione agli allievi e per rivivere insieme le emozioni provate, le esperienze vissute e i magnifici luoghi visti durante il corso.

Le prime emozioni riportano sicuramente nella Valle Orco, valle che può essere definita come la culla dell’alpinismo, un punto di partenza che permette di entrare poi nel vero mondo dell’alpinismo, ma anche un luogo che può offrire un allenamento prima di affrontare le grandi cime.
Ad invadere la valle, un gruppo di circa quarantacinque persone tra allievi e istruttori a celebrare l’arte dell’incastro. Questo perché è una delle poche valli che concede ancora una scalata trad, proponendo magnifiche fessure dentro le quali gli allievi si sono cimentati.

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Quarta uscita del corso di alpinismo: l’esperienza sulla cresta Preuss

IMG 9252 (Large)La quarta uscita del 69° corso di alpinismo della Scuola Gervasutti prevede due giorni in uno dei rifugi più famosi e nascosti del bacino del Monte Bianco. Il rifugio Dalmazzi spunta piccolo ma fiero su un promontorio in mezzo alle montagne, dalla sua terrazza domina tutta la Val Ferret e divide il mondo reale dal mondo avventuroso e surreale degli alpinisti. Con una bella passeggiata che in questa annata si presenta più semplice per la poca neve, si arriva al cospetto del ghiacciaio che pian piano si sta ritirando e si trasforma in rivoli di acqua che scorrono verso valle. Come si addice ad una buona scuola, il primo giorno è stato Photo 18 06 2017, 07 53 21 (Large)dedicato ad illustrare le manovre di soccorso e di recupero. La sera arriva finalmente il momento tanto atteso da tutti: la formazione delle cordate e la scoperta della meta attesa per il giorno dopo. Quattro cordate hanno deciso di affrontare la famosa cresta Preuss che solca l’Aiguille du Savoie (3304m), ma soprattutto la sveglia alle 3.45 del mattino. Alle 9 della sera alcuni tra istruttori e allievi erano già sotto le coperte, è facile immaginare chi. Suona la sveglia, scendiamo cercando di fare meno rumore possibile, ma con un po’ di invidia per chi la sveglia ce l’ha ancora lontana. Colazione abbondante, facce assonnate ma trepidanti, voglia di dormire ma anche voglia di partire. Alle 4.30 le quattro cordate escono dal rifugio, l’aria è fredda ma non quanto ci si aspetterebbe, le frontali in fila indiana si muovono verso la meta.

Quando il cielo incomincia a schiarirsi siamo già con i ramponi ai piedi e l’odore è quello frizzantino che si respira solo la mattina presto su un ghiacciaio. Arrivati alla base, mentre ci prepariamo, ne approfittiamo per ascoltare un po’ di storia. L’apritore, Paul Preuss, nasce in Austria nel 1886 e muore alla giovane età di 27 anni nell’ottobre del 1913 precipitando durante la scalata dello spigolo nord del Mandlkogel, una montagna in terra natia. E’ proprio nel 1913 che sale la cresta sud est dell’Aiguille du Savoie che porta il suo nome. Preuss era un sostenitore delle salite in solitaria, affidandosi non alla sicurezza data da mezzi artificiali, bensì a quella acquisita tramite una corretta valutazione delle proprie capacità. Incantate dai racconti, le quattro cordate incominciano la salita verso la vetta. Il primo ostacolo è uno stretto camino che le relazioni riportano di IV grado e ovviamente tutti i pensieri vanno a Paul Preuss che da solo affronta queste difficoltà. Dopo aver ragionato a lungo, giungiamo alla conclusione che 

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Gian Carlo Grassi

manera ugoNell’anno appena trascorso, il 2016, Gian Carlo Grassi avrebbe compiuto 70 anni. Egli aveva iniziato la sua attività alpinistica frequentando i corsi della scuola Gervasutti, terminati i quali, era entrato nell’organico istruttori della stessa. Ritengo doveroso che il ricordo di questo grande personaggio rimanga nei documenti della scuola, per tutti quelli che oggi ne fanno parte e per chi verrà in futuro

 

                                                          

                                                         Gian Carlo Grassi a cura di Ugo Manera

Ricordare un personaggio scomparso non è semplice, vari sentimenti si incrociano e spesso si scivola, magari involontariamente, nella celebrazione retorica elencando enfaticamente meriti e qualità di chi non c’è più. Terribile poi io trovo il modo, abbastanza in uso, di rivolgersi in prima persona con discorso diretto a chi non c’è più.

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Vallone di Sea: delitto perfetto

Le famose pareti (Large)Sempre più spesso, dopo una forte pioggia contiamo morti tra vecchi e bambini e rimaniamo allibiti nel vedere che le case distrutte erano state costruite nell’alveo di un fiume o su una collina franosa.
I proprietari per primi, spesso in malafede, si scagliano contro le amministrazioni che hanno dato i permessi. In realtà è un gioco delle parti, perché frequentemente quegli amministratori sono stati eletti proprio per costruire dove chiunque, con buon senso, non avrebbe fatto neanche un capanno, figuriamo farci vivere una famiglia.
Li possiamo chiamare “delitti perfetti” dove tutto avviene nella legalità e nel consenso, peccato che il risultato porti a tragedie non recuperabili.
Ogni volta il politico di Roma in televisione assicura che non succederà più, salvo poi essere contraddetto alla prima grande pioggia. E nel caso ci fosse un dolo, i tempi della giustizia con le prescrizioni fanno il resto.
Se vogliamo affrontare la questione sull’opportunità o meno di costruire una strada nel Vallone di Sea, in Val Grande di Lanzo in provincia di Torino, per poter ragionare, occorre sgombrare il campo da sensibilità personali e farne una questione prettamente economica...

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