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VENTO DELL’OVEST

VENTO manera trafiletto

PREMESSA

La mia chiacchierata nasce come una lezione della scuola Gervasutti per illustrare agli allievi vicende e curiosità dell’alpinismo torinese dalla scomparsa di Giusto Gervasutti (1946), all’avvento dell’arrampicata sportiva con le gare di arrampicata (1985), una specie di “AMARCORD”, illustrato a chi inizia ad inoltrarsi nell’avventura complessa che è l’alpinismo...

 

 

 

1. L’IMPORTANZA DI TORINO NELLA STORIA DELL’ALPINISMO

VENTO SellaTorino si trova in un angolo estremo dell’Italia eppure negli ultimi 150 anni molti avvenimenti importanti hanno avuto avvio dalla nostra città. Limitatamente alla nostra attività è doveroso notare che il Club Alpino Italiano è stato fondato a Torino nel 1863 da Quintino Sella, che qui è nato il Club Alpino Accademico Italiano nel 1904, che a Torino hanno sede la Biblioteca Nazionale e il Museo della Montagna, che a Torino è nata la Rivista del CAI e qui è rimasta fino al 1976.
Sebbene, almeno nel dopoguerra, l’attività svolta dai torinesi sia stata meno voluminosa che quella svolta in altre città, soprattutto nel campo extraeuropeo, molte iniziative tra le più importanti hanno continuato a sorgere e a svilupparsi in ambito torinese, ad esempio qui sono nate le due riviste alpinistiche private (che purtroppo oggi stanno scomparendo): La Rivista della Montagna ed ALP e sempre qui sono state organizzate le prime gare di arrampicata in Europa nel 1985.
Parlerò spesso di CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), dedico perciò due parole per spiegare ai giovani di cosa si tratta.
VENTO centenario caiL’alpinismo nacque per opera di esploratori che cominciarono a scalare montagne accompagnati da esperti montanari che divennero Guide Alpine, professionisti esperti che conducevano e avevano la responsabilità della cordata. Il CAAI fu creato per promuovere l’alpinismo senza guide, ossia emancipare gli alpinisti dai servizi dei professionisti. Negli anni l’Accademico divenne il gruppo di élite che raccoglieva gran parte dei migliori alpinisti non professionisti. Va osservato che dalla fondazione fino a epoca recente l’Accademico era riservato agli uomini, le donne non erano ammesse, la motivazione era che il gentil sesso, per motivi di costituzione fisica, non era in grado di svolgere l’attività richiesta per l’ammissione. Dopo lunga e ardua tenzone i progressisti, tra i quali il sottoscritto, riuscirono a vincere e quest’anacronistico concetto venne eliminato. Ora il CAAI è aperto agli scalatori, femmine e maschi che, per farne parte, debbono presentare, all’atto della domanda di ammissione, almeno 5 anni di attività alpinistica ad alto livello condotta da primi di cordata.

2. L’ALPINISMO COME AVVENTURA, RACCONTATA SCRITTA E NON SCRITTA

VENTO letteraturaLe motivazioni che spingono a scalare sono molte e variegate, dal fascino dell’ambiente alpino alla prestazione sportiva, ma non c’è dubbio che il motivo trainante è il desiderio di avventura abbinato al fascino della scoperta. Non è detto che avventura e scoperta siano prerogative dell’alta montagna o delle pareti lontane, si possono anche trovare su una parete posta sul fianco di una valle o su di un masso disperso tra i boschi. E’ naturale che ad attirare gli scalatori sia stata in primo luogo la sconosciuta alta montagna ma poi, esaurito questo terreno come luogo di scoperta, ci si è rivolti ad altre strutture ignote, fino ad arrivare ai massi di pochi metri, ma sempre con la stessa sete di avventura e con pari dignità.
VENTO letteratura 2Capita che chi vive un’avventura tenga tale esperienza per se, ma il più delle volte la racconta e se l’avventura è stata grande ed ha richiesto un coinvolgimento totale, il protagonista sente la necessità di raccontarla anche per iscritto, in modo che non vada dimenticata nel tempo.
L’alpinismo offre delle grandi avventure e fin dal suo albore molti protagonisti hanno scritto perché le loro esperienze non andassero perse. E’ nata così una letteratura alpinistica, un po’ anomala, di tipo prettamente autobiografico che quasi mai ha offerto spunti a racconti romanzati. Io mi colloco tra quelli che, ritenendo le avventure alpine esperienze appassionanti, credo che non debbano andare perse, per cui amo raccontarle e mi adopero per fare si che anche quelle che non sono state scritte possano essere ricuperate.
Il periodo dell’alpinismo torinese che mi accingo a raccontare è stato denso di vicende interessanti a volte drammatiche ma spesso divertenti e curiose, con attori che non hanno mai scritto nulla, cercherò perciò di trasmettere agli allievi della scuola quanto è a mia conoscenza affinché queste vicende, vissute sotto la spinta di una passione irresistibile, non svaniscano nel nulla assieme al ricordo dei protagonisti.

VENTO mont blanc de tacul3. LA MORTE DI GERVASUTTI – 1946

Il 12 settembre 1946 sul Mont Blanc du Tacul cadeva Giusto Gervasutti nel tentativo di aprire una via sul pilastro centrale della parete NE, finiva un’epoca di cui il Fortissimo era stato uno dei massimi rappresentanti, certamente il principale protagonista torinese nell’epoca dell’“ alpinismo eroico”. Gervasutti aveva solo 37 anni e se fosse vissuto, avrebbe ancora avuto molto da esprimere, magari nell’alpinismo extraeuropeo. Il mondo alpinistico torinese si sentì orfano ma in breve espresse una nuova generazione di scalatori diversi da quelli degli anni ’30.

4. CONNOTAZIONE SOCIALE DELL’ALPINISMO TORINESE PRIMA E DOPO LA GUERRA – NASCITA DEL G.A.M. – 1947

Nell’ambito torinese, gli alpinisti dell’anteguerra provenivano tutti dalla media borghesia: avvocati, ingegneri, professionisti, artisti, studiosi… la così detta “classe operaia” era quasi assente.

VENTO aiguille noire

Tra i giovani che dopo Gervasutti rilanciano l’alpinismo tale collocazione è invertita, essi sono in prevalenza operai e hanno vissuto da bambini o da adolescenti, il dramma della guerra; le disponibilità economiche sono scarse ed essi raggiungono le grandi montagne a prezzo di pesanti sacrifici. Nel 1946 nasce il Gruppo Alta Montagna GAM e non a caso è fondato nella sezione UGET che tra le due sezioni torinesi, era quella dalla fisionomia più proletaria. Il GAM si propone di raccogliere gli scalatori con attività alpinistica rilevante al fine di promuovere la formazione di cordate in grado di affrontare le più difficili scalate dell’attualità. Ha come altro obiettivo quello di fornire un piccolo aiuto finanziario ai membri per l’acquisto dei materiali. Il regolamento rende il Gruppo molto dinamico, formato sempre da alpinisti attivi.
Per accedervi occorreva totalizzare un punteggio (1000 punti) per due anni e per rimanervi era necessario presentare una attività biennale non inferiore ad 800 punti per anno. Il punteggio era ottenuto valorizzando le salite tramite comparazione con una tabella standard molto razionale. Il GAM esce dall’ambito cittadino nel corso degli anni ’60 fino a raggiungere importanza e dimensione nazionale con l’ingresso di alpinisti di punta provenienti da varie regioni poi lentamente si spegne, fino a sciogliersi nel 1981.

5. 1948 - NASCITA DELLA SCUOLA GERVASUTTI – GIUSEPPE DIONISI

Nel 1948 nasce la scuola Giusto Gervasutti al di fuori della Sezione di Torino del CAI in quanto nella sezione già esisteva una scuola di alpinismo, la Boccalatte.
A fondarla sono Giuseppe Dionisi e Giorgio (Gino) Rosenkranz, due personaggi molto diversi tra di loro che si erano conosciuti attraverso la moglie di Dionisi che già scalava con i fratelli Rosenkranz. Giorgio Rosenkranz è un atleta, riserva della nazionale olimpica di ginnastica, eccelle nell’arrampicata su roccia e vorrebbe orientare la scuola più su scalate tecniche che verso l’alta montagna, ha poi probabilmente una visione più impostata sui rapporti amichevoli che sulla disciplina. Dionisi è invece, come si suole dire, un uomo tutto di un pezzo, ha una visione militaristica della scuola, è un fanatico della disciplina e dell’organizzazione ed ha una visione gerarchica delle responsabilità.
VENTO dionisiDionisi fu ferito gravemente a una spalla in un’azione di guerra, dovevano amputargli il braccio a causa di un’infezione ma egli non diede il consenso, preferiva morire piuttosto che perdere il braccio, ma sopravvisse perdendo però parte della mobilità della spalla. Questa menomazione lo condizionava nell’arrampicata su roccia, quindi divenne uno specialista della scalata su ghiaccio, quando salire su ghiaccio significava creare un’infinita serie di gradini e tacche a colpi di picozza. Pur essendo legati da grande amicizia, tra Dionisi e Rosenkranz sorsero dei contrasti nella conduzione della scuola che culminarono con le dimissioni di Dionisi nel 1952, rientrate poi due anni dopo.
Nota di colore: la scuola nacque senza le donne, nel periodo dell’assenza di Dionisi vennero ammesse da RosenKranz ma poi un incidente ne causò la cacciata. In un’uscita della scuola si pernottava al bivacco Gervasutti nel bacino di Fréboudze nel Bianco, nella notte si ritrovarono un istruttore ed un’allieva nella stessa cuccetta a fare delle manovre un poco agitate, la brandina cedette ed i due caddero su un’altra allieva che dormiva al di sotto, la poveretta ne uscì con un braccio rotto.
Decisone conseguente di Dionisi: le donne sono causa d’indisciplina perciò fuori dalla scuola.
Anni dopo nacque una scuola di alpinismo femminile nell’ambito della sottosezione USSI del CAI Torino. Quando però, nel 1972 Dionisi uscì dalla scuola, subito avvenne l’unificazione e le donne ritornarono alla Gervasutti.
VENTO dionisi 2Giorgio Rosenkranz nel 1954 partecipò a una sfortunata spedizione himalayana al Monte Api e non ne fece ritorno, morì di malore su quella lontana montagna.
Dionisi ha avuto una grande importanza nell’alpinismo torinese per le vicende legate alla scuola Gervasutti e con il suo entusiasmo, ha avviato all’alpinismo nomi importanti come suo nipote Franco Ribetti e più tardi Gian Piero Motti.
VENTO RosenkranzSul piano dell’attività alpinistica nelle Alpi non espresse molto d’importante anche se dobbiamo registrare un coraggioso tentativo alla difficilissima Cresta Nord dell’Aiguille Noire de Peuterey con Giorgio Rosenkranz, terminatosi con un avventuroso ripiego lungo il versante Nord. L’impresa non era in quel momento alla loro portata, la cresta fu poi vinta da due grandi dell’alpinismo internazionale: Jean Couzy e René Desmaison.
Notevole invece l’attività di Dionisi nelle spedizioni sulle Ande Peruviane, ne effettuò numerose conseguendo anche dei risultati importanti come le prime ascensioni del Pucahirca Central nella Cordillera Blanca e il Trapecio nella Cordillera Huayhuash.
VENTO pucahircaDionisi era circondato da un gruppo di “fedelissimi” tra i quali Luciano Ghigo, Gino Balzola e Giuseppe Marchese che furono indubbiamente condizionati, anche nella loro attività individuale, dalla spiccata personalità del leader.
Emblematico un suo articolo apparso sull’annuario Scandere del 1949 dal titolo: “PERCHE’ NACQUE LA SCUOLA DI ALPINISMO G. GERVASUTTI”.
Un vero manifesto programmatico della scuola secondo Dionisi e nello stesso tempo, un documento di rigido conservatorismo e, come tante posizioni conservatrici, destinato a venire stravolto nel tempo. Oggi i giovani scalatori possono sorridere leggendolo e probabilmente non capiscono la contrapposizione tra alpinismo e sport ma debbono sapere che fin dalle origini questa contrapposizione è esistita, i puristi conservatori consideravano sacrilegio considerare l’alpinismo come sport, esso era, per loro, un’attività ad alto livello morale che spingeva l’uomo a migliorarsi nell’eroica corsa verso l’alto.
L’arrampicata fine a se stessa con l’allenamento per migliorare le prestazioni, come in qualsiasi sport, era per molti considerata una degenerazione. Fortunatamente l’evoluzione ha sconfitto tale ideologia e più nessuno oggi prova nostalgia per queste posizioni.

6. OBIETTIVI ALPINISTICI ALLA FINE DEGLI ANNI ‘40

VENTO gran capucinDopo la parentesi della guerra, l’orizzonte alpinistico è ancora dominato dall’eco delle grandi imprese degli anni ’30 che hanno dato una soluzione a quelli che erano ritenuti gli ultimi grandi problemi delle Alpi.

Primo obiettivo è perciò confrontarsi con quelle grandi imprese che da anni attendono i ripetitori. In questa rincorsa primeggia la nuova generazione di scalatori francesi, le grandi vie di Gervasutti vengono ripetute per la prima volta dai francesi Julien e Bastien, tra gli italiani, nel riprendere le tracce del passato, è molto attivo un gruppo di giovanissimi lombardi tra i quali primeggiano Walter Bonatti e Andrea Oggioni. VENTO ghigo

 

Presto però le ripetizioni non bastano più, ci si accorge che sulle Alpi di grandi problemi da risolvere ce ne sono ancora molti e che fuori dall’Europa ci sono le grandi montagne del mondo che attendono. Sulle Alpi quattro prime segnano marcatamente il superamento dei limiti raggiunti in precedenza: la parete Est del Gran Capucin, la parete Ovest del Petit Dru, nelle Dolomiti la cima Scotoni e la Su Alto di George Livanos.

Alla soluzione del problema Gran Capucin partecipa un torinese: Luciano Ghigo come secondo di cordata di Bonatti. Luciano, diviene Guida Alpina, cessa poi tale attività ed entra nell’Accademico. Appare come persona calma e riflessiva, ma poi anche lui ama lo scherzo e il divertimento, affianca presto Giuseppe Dionisi nella scuola Gervasutti e con Dionisi condivide gran parte della propria attività individuale, comprese le spedizioni nelle Ande.

7. LA CORSA AL PILIER GERVASUTTI

Nei giorni 29 e 30 luglio 1951, cinque anni dopo la morte di Gervasutti, venne aperta la via sul Pilastro del Mont Blanc du Tacul ove era caduto il “Fortissimo”.VENTO pilastri tacul Tale salita era diventata l’obiettivo di varie cordate internazionali, ma ad aggiudicarselo furono due giovani torinesi: Piero Fornelli, capo cordata, e Giovanni Mauro, sorprendendo il mondo alpinistico di allora. Mauro fu istruttore della scuola Gervasutti fin dalla fondazione oltre che membro del Gruppo Alta Montagna. Fornelli è giovanissimo, secondo di una famiglia di 3 fratelli e una sorella, tutti alpinisti.
Piero entra nella scuola proprio nel 1951, l’anno dell’impresa sul Pilier. E’ un fuoriclasse dell’arrampicata su roccia, forse il più forte tra i torinesi in quel momento. Nell’ambiente è denominato “ Peru Bel” per distinguerlo da un altro Piero, Malvassora, apritore della celebre via sul Becco Meridionale della Tribolazione, denominato invece “ Peru Brut”. Fornelli svolge una notevole attività alpinistica aprendo varie nuove vie, nessuna però più al livello del Pilier Gervasutti.VENTO fornelli

Il versante ENE del Tacul si può definire torinese, il Pilier Gervasutti come abbiamo visto, venne vinto da due torinesi, la prima invernale invece fu appannaggio di un’altra cordata torinese: Gianni Ribaldone e Dino Rabbi nel 1965 infine, la prima solitaria venne compiuta da Gian Piero Motti nel 1969. In precedenza il grande canalone era stato salito da Gervasutti e Renato Chabod nel 1934 e il pilastro a est da Gabriele Boccalatte con Nini Pietrasanta nel 1936. In seguito Il Pilier a Tre punte venne salito per la prima volta da Andrea Mellano e Beppe Ton con altri due compagni, 1959 (prima invernale Grassi, Manera, Motti con il biellese Rava Miller, 1971) e il Pilier Sans Nom venne salito per la prima volta da Gian Carlo Grassi e ancora, la prima solitaria con concatenamento di questi ultimi due piliers venne compiuta da Marco Bernardi, nel 1980.

8. GIOVANI EMERGENTI

VENTO rabbiNel corso degli anni ’50 vi è un fiorire di giovani talenti che lasceranno il segno nell’alpinismo torinese e non solo, citerò i più rappresentativi che hanno espresso un’attività ad alto livello, volta alla ricerca del nuovo sia sul piano tecnico sia nelle realizzazioni, non limitandosi quindi alla ripetizione di salite importanti.
Corradino (Dino) Rabbi, classe 1930, rappresenta tutto quello che c’è di positivo nella visione classica dell’alpinismo, ha grande rispetto della tradizione e della storia senza scivolare nel conservatorismo, forte su tutti i terreni, il suo alpinismo si esprime in tutte le direzioni, dalle ripetizioni alla ricerca di terreni vergini, sia sulle Alpi sia sulle montagne extraeuropee, è rispettoso delle istituzioni del CAI e non sfugge alle responsabilità: passa attraverso innumerevoli cariche sociali dalla direzione della scuola Gervasutti alla presidenza generale del Club Alpino Accademico Italiano impegnandosi sempre con tutte le sue forze e con la massima serietà. VENTO guido rossaNel 1954 vince la severa parete nord del Corno Stella nelle Marittime, uno dei problemi importanti di quel periodo, la sua attività ad alto livello è diluita in moltissimi anni, mai molto concentrata, perché Dino non trascura la famiglia per privilegiare la sua passione e quando, nel mese di agosto, gli amici sono scatenati sul Monte Bianco o nelle Dolomiti, egli è in vacanza famigliare in Sardegna.
Ha arrampicato con quasi tutti i giovani emergenti degli anni ’60 e ’70 in prime ascensioni, prime invernali, ripetizioni importanti, lasciando sempre via libera ai più giovani compagni ma contribuendo in modo determinante con il peso della sua esperienza. Una delle sue caratteristiche è stata quella di dare enorme valore al sentimento dell’amicizia, raramente ho scorto in altri un dolore così intenso come in Dino quando un amico cadeva in montagna o quando Guido Rossa venne assassinato dalle Brigate Rosse. Rabbi rappresentava la serietà in tutti i campi e non veniva coinvolto nelle imprese della banda di disperati della Villa Pisolino che vedremo in seguito.
VENTO ribettiIo cominciai a scalare montagne il 29 settembre 1957, ma non venni subito a contatto con il mondo degli scalatori di punta, avevo iniziato con un gruppo che praticava la collezione di cime rifuggendo le ascensioni difficili, quando cambiai indirizzo notai subito che vi era un nome che fungeva da riferimento tra gli arrampicatori: Guido Rossa, era riconosciuto da tutti come il più bravo e vi era un certo timore nell’affrontare i passaggi in libera delle vie da lui aperte. Si narra che la sua prima esperienza arrampicatoria avvenne sulla parete dei Militi in Valle Stretta a Bardonecchia condotto da Umberto Prato soprannominato “Tribula” per le tante tribolazioni che accompagnavano le sue scalate; dopo aver superato “tribolando” e con dispendio di tempo il tratto iniziale, il capocordata comunicò all’inesperto compagno che era giunta l’ora di bivaccare e che avrebbero proseguito il giorno dopo.
VENTO anni 60Guido sulla Militi ritornò oltre trenta volte in tutte le stagioni ed anche in solitaria, tracciò delle vie che per quel tempo erano all’avanguardia e pochi avevano il coraggio di ripetere. Per rendere l’idea del livello e della sua determinazione basta osservare ciò che effettuò il 17 giugno 1956: salì lo spigolo Fornelli in 25 minuti, la via De Albertis in 40 minuti e la via Gervasutti di sinistra in un’ora.
Credo che da Gervasutti fino a Marco Bernardi nessuno a Torino abbia espresso un talento nell’arrampicata comparabile a quello di Guido Rossa. In gioventù era attratto dalla voglia di andare contro corrente rispetto ai canoni dell’autorità costituita e di scherzare a tutto campo, con il più giovane Franco Ribetti ne hanno combinate di tutti i colori, il loro motivo conduttore, riferendosi al prossimo, era: “ an tuca feje giré le bale “.
Fece una breve comparsa nella scuola Gervasutti trascinato da Ribetti, giacché era in ballo una spedizione nelle Ande, su un obiettivo con grandi difficoltà di roccia e loro due erano i più attrezzati in quel momento per l’arrampicata; poi Ribetti si fracassò all’Uia di Mondrone e Guido uscì dalla Scuola poiché gli obiettivi e la disciplina che la caratterizzava non erano compatibili con la sua mentalità.
All’inizio degli anni ’60 rallentò il suo impegno nell’alpinismo attivo, militava politicamente nella sinistra e nel sindacato e l’impegno sociale divenne più importante della montagna stessa.
Ci siamo incontrati varie volte nelle assemblee del CAAI, abbiamo discusso di alpinismo e di temi sindacali ma ormai egli arrampicava solo saltuariamente anche se sempre sorretto da una classe eccezionale.
Era la sua una dirittura morale che non conosceva compromessi così egli, paladino dei diritti dei lavoratori, venne assassinato dalle Brigate Rosse.
Compagno di Guido Rossa nell’arrampicare ma più ancora nello studiare e combinare casini era Franco Ribetti, nipote di Dionisi. Cominciò ad arrampicare a 13 anni e a 16 era istruttore della Gervasutti. Franco non conosceva la paura, affrontava passaggi in libera con una determinazione che rasentava la temerarietà e perciò chiodava pochissimo. Come suo zio era conformista e molto rispettoso degli ideali tramandati dalla tradizione dell’alpinismo, così Franco era dissacrante e completamente inattaccabile da ogni sorta di mito.VENTO becco valsoera Era però molto affezionato a Dionisi, affetto ampiamente ricambiato, e spesso hanno arrampicato insieme dove a volte il più anziano veniva messo a dura prova dallo scatenato nipote.
Egli ha sempre preso molto sul serio la montagna per ciò che concerne rischi, preparazione e obiettivi, su tutto il resto si poteva scherzare e ridere. Con Franco arrampico da quasi 30 anni ed ho capito che della notorietà non gliene è mai fregato nulla, scala perché gli piace e si diverte e perché ama fare gli sport di fatica. Non ha mai steso le relazioni delle vie che ha aperto e ha scritto poche righe solo quando è stato costretto.
Dice che se mai scriverà un libro il titolo sarà: “Stronzate Alpine”, perché egli è portato a dissacrare questo mondo così incline a mitizzare azioni e personaggi, ma un libro non lo scriverà mai e spesso sono tentato io di raccontare quelle che lui chiama stronzate.
Andrea Mellano faceva gruppo a se, pur appartenendo al GAM, aveva un gruppo di amici con i quali scalava abitualmente. Nelle più importanti delle sue imprese è quasi sempre in compagnia di un lombardo, Romano Perego e spesso con un genovese, Enrico Cavalieri. Andrea è un alpinista serio con le idee molto chiare, è un ricercatore e scopre i problemi per poi risolverli. VENTO mellano
Altri scalatori torinesi di quel periodo erano probabilmente più forti di lui nell’arrampicata ma Andrea è stato un realizzatore, caratteristica tipica di chi, magari non sorretto da un talento naturale, impara a impegnarsi a fondo per raggiungere i propri obiettivi.
Il nome di Mellano è associato alla salita delle tre pareti Nord, ultimi grandi problemi degli anni ’30: Cervino, Eiger e Walker alle Grandes Jorasses, impresa mai realizzata in precedenza da scalatori italiani ma, a mio avviso l’importanza di Andrea va cercata in altre realizzazioni: vie nuove, scoperte e realizzate con intelligente lavoro di ricerca: dallo Sperone Young alla Nord delle Grandes Jorasses al Pilier a Tre Punte sul Tacul, dalle vie sulla Testata della Valle Grande di Lanzo alla Nord del Breithorn, ma la perla più brillante di questa collezione è lo spigolo Ovest del Becco di Valsoera. Questa magnifica cima era già stata in verità sdoganata nel 1955 da altri due scalatori dell’ambiente torinese: Lionello Leonessa e Beppe Tron che aprirono la celebre via della parete Ovest, ma il capolavoro è stato lo spigolo percorso nel 1960 da Cavalieri, Mellano e Perego.
Andrea, più degli altri torinesi di quel periodo, raccontava le sue ascensioni, numerosi sono i suoi articoli sulle riviste dell’epoca. La sua carriera come scalatore di punta non è stata molto lunga, ma la sua opera è continuata con iniziative importanti e di ampie vedute, con il giornalista Emanuele Cassarà è stato l’inventore delle gare di arrampicata e uno dei fondatori della FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana).

9. SCHERZO E DIVERTIMENTO

Il gruppo che faceva capo a Guido Rossa, pur nel rispetto dei pericoli legati all’alpinismo e fedeli alla tradizione che impone di non barare millantando imprese inesistenti, aveva eletto lo scherzo, spesso molto incisivo, come motivo conduttore nei momenti di pausa tra le scalate. Guido, congedandosi dalla naja, si era portato dietro un po’ di esplosivi: tritolo, petardi da esercitazione, etc. VENTO rocca sbaruaCon quel materiale combinarono un bel po’ di casini: sulla via Gervasutti alla Sbarua, nel traverso del primo tiro, vi era una grande lama incastrata che muoveva (visibile in una foto storica), Guido la fece saltare con una carica di tritolo.
Un giorno lui e Ribetti si trovavano alla capanna Gnifetti al monte Rosa per salire la Nord del Lyskamm, per “caso” negli zaini, tra gli attrezzi di scalata, avevano delle cariche di tritolo. Saputo che doveva arrivare una delegazione di notabili del CAI e visto che esisteva un solo ponte di neve per accedere alle rocce, sempre fedeli al principio di fare girare le palle al prossimo, decisero di far saltare il ponte di neve. Al momento dello scoppio, Ribetti si trovava troppo vicino e venne scaraventato in un crepaccio dallo spostamento d’aria, fortuna volle che esistesse un ponte di neve dentro il crepaccio che arrestò la sua caduta.
La più bella però avvenne a Villa Pisolino, era questa una grangia che faceva parte del campeggio Uget in Val Veny, il gestore del campeggio, nonché presidente dell’Uget, Andreotti, lasciava gratuitamente questa grangia ai membri del Gruppo Alta Montagna che erano abitualmente a corto di quattrini e questi avevano denominato Villa Pisolino “la vecchia baita”. Un giorno era ospite del campeggio un prete che doveva celebrare una messa in vetta al Bianco, era un tipo grande e grosso e molto alla buona che Andreotti sistemò nella “Villa” poiché erano i disperati qui residenti che si erano offerti di accompagnarlo in cima al Bianco. Per le sue dimensioni venne sistemato in una branda collocata sul pavimento e mal gliene incolse: una notte decisero di farlo saltare in aria, collocarono sotto i piedini della branda 4 petardi da esercitazione e nel cuore della notte, mentre il reverendo dormiva profondamente, li fecero esplodere. Il poveretto si svegliò mentre veniva proiettato in alto lui e la brandina. Per sdebitarsi, oltre che al Bianco, Franco lo portò anche al Dente del Gigante.
In cambio di buoni pasto e altre agevolazioni quelli di Villa Pisolino si prestavano ad accompagnare abusivamente (non essendo guide) degli inesperti ospiti del campeggio in vari giri tra i ghiacciai del Bianco; una delle mete era la traversata Rifugio Torino - Chamonix attraverso la Mer de Glace. Capitò che Guido e Franco giunti nella seraccata del Requin anziché seguire la retta via portassero la numerosa comitiva in mezzo ai crepacci, ove non s’intravvedeva più possibilità di uscita, qui giunti, fingendo grande preoccupazione, comunicavano di aver perso la strada e di non sapere più cosa fare, arrivavano persino a far finta di piangere per simulare disperazione e quando la disperazione vera cominciava a farsi strada tra i “clienti”, Guido diventava serio e dicendo “abbiamo scherzato abbastanza, usciamo da qui”, conducevano in salvo i malcapitati cosicché tutto si concludeva con grandi risate e qualche bevuta.
Un colpo micidiale lo fecero ad Arturo Rampini, aspirante scrittore e giornalista, segretario della scuola Gervasutti e cantore delle glorie di Dionisi nella spedizione Ande 1961. Arturo era un gran rompiscatole e si lasciava andare a scherzi piuttosto cattivi; durante un corso per guide alpine al quale partecipavano istruttori della scuola e accademici, bisticciò con uno dei presenti e per ripicca gli pisciò nello zaino. Saputa la cosa i più decisi gliela fecero pagare: tolsero la mollica ad una pagnotta, spalmarono l’interno di merda e la farcirono con abbondante prosciutto, poi chiamarono Rampini dicendogli che aveva dimenticato il panino che il rifugista aveva preparato per colazione. Allora non erano tempi di abbondanza, al vedere un panino così ben farcito il malcapitato si precipitò sopra e gli aguzzini gli comunicarono la verità quando ormai ne aveva divorato metà, vi lascio immaginare la reazione del poveretto…

10. 1963 - SPEDIZIONE UGET AL LIRUNG- NEPAL

Nel 1963 ricorreva il centesimo anniversario della fondazione del Club Alpino Italiano, la sezione Uget volle celebrare la ricorrenza con una spedizione himalayana, l’obiettivo era il Lirung, una cima di oltre 7000 metri, vanamente tentata da spedizioni giapponesi, era un’occasione importante tenuto conto anche delle scarse iniziative del genere a Torino. Capo spedizione era Lino Andreotti e gli alpinisti, provenienti dal GAM, erano: Andrea Mellano, Giovanni Brignolo, Dino Rabbi, Alberto Risso, Guido Rossa, Giorgio Rossi con Cesare Volante medico. Non era un gruppo omogeneo, forse gli unici con la giusta determinazione in quel momento erano Mellano e Rabbi mentre Rossa cominciava a percepire altri interessi che stavano prevalendo sull’alpinismo, gli altri erano personaggi di secondo piano senza la mentalità vincente da protagonista. La spedizione venne funestata da una grave tragedia: Rossi e Volante morirono travolti da una caduta di seracchi e l’obiettivo principale venne abbandonato. Furono salite 2 cime sopra i 6000 metri e 2 oltre i 5000 metri.

11. NUOVI PROTAGONISTI

Nel 1963 entrano nella scuola Gervasutti due giovani che non sono torinesi di origine, uno è a Torino per gli studi d’ingegneria, Gianni Ribaldone, l’altro è valsesiano ed ha come obiettivo la professione di Guida Alpina, è Giorgio Bertone. Sono due scalatori eccezionali, spesso arrampicano insieme e sono legati da grande amicizia. Gianni è una forza della natura con una resistenza fisica notevole, ha una grande determinazione e non ci sono ostacoli che lo fermano, arrampica spesso con un altro giovane brillante della scuola, Alberto Marchionni e tra i due esistono divergenze di vedute espresse spesso vivacemente.VENTO ribaldone Ribaldone spazia dalle Dolomiti al Monte Bianco, nelle Dolomiti ripete alcune delle vie più difficili del momento, nel Bianco ripete grandi vie, ne apre di nuove ed effettua delle prime invernali importanti come il Pilier Gervasutti al Tacul e la Via degli Svizzeri al Capucin. E’ un ragazzo intelligente e serio, che non trascura gli studi malgrado la travolgente passione per l’alpinismo, pratica anche la speleologia e gli viene assegnata la medaglia d’oro al valor civile per un salvataggio in grotta. E’ uno studioso e in grotta scopre un insetto sconosciuto che ora porta il suo nome.
Nel 1966, durante un’uscita della scuola, cade con due allievi sul canalone Gervasutti al Tacul.VENTO bertone
Giorgio rimane alla scuola per due anni, scala con Ribaldone poi, conseguito il brevetto da guida, si trasferisce a Courmayeur. Diviene una delle più forti guide in attività, non scala solo con clienti e continua ad aprire vie estreme in estate e in inverno. Arrampica anche con Gian Piero Motti e ne diviene grande amico. Con Renzino Cosson, guida di Courmayeur, compie la prima italiana della Via del Nose al Capitan. Ci fece ridere tutti quando, in una serata al Teatro Regio organizzata dalla FILA e coordinata da Motti, ci raccontò in tono scherzoso, di come si erano presentati nel tempio degli scalatori americani da sprovveduti, con attrezzatura da alta montagna e scarponi rigidi. Diventò uno dei massimi esperti di soccorso alpino e di manovre di corda. Venne poi preso da una travolgente passione per il volo e divenne troppo audace per la breve esperienza in quel campo, si schiantò con il suo velivolo sul Monte Bianco.

12. G.A.M. E SCUOLA GERVASUTTI CENTRI DI AGGREGAZIONE DELL’ALPINISMO DI PUNTA TORINESE

Alla metà degli anni ’60 la scuola Gervasutti ed il Gruppo Alta Montagna diventano sempre di più i centri d’incontro degli scalatori di punta torinesi e non solo, Il GAM sembra quasi mettere in secondo piano l’Accademico, quasi tutti i suoi membri sono anche istruttori della scuola.VENTO motti
Io fui ammesso al GAM nel 1964 e venni invitato come istruttore alla scuola nel 1965, ero autodidatta, non avevo mai abbastanza tempo per scalare e fare l’allievo nella scuola mi sembrava una perdita di tempo. Spinto però da alcuni amici, mi prestai volentieri a entrare come istruttore, in questa veste mi resi conto di quanto si può apprendere e quanto ci si può migliorare restando nell’ambiente scuola.
Nel 1965 divenimmo istruttori in 15 tra i quali un giovanissimo Gian Piero Motti che era stato brillante allievo e Giuseppe Castelli che aveva salito la Nord del Cervino con Mellano, rimediando un congelamento ai piedi che però non limitò le sue eccezionali doti di arrampicatore.
La tragedia di Ribaldone sul Tacul lasciò un momentaneo vuoto nell’ambiente perché i personaggi che erano stati gli animatori degli anni precedenti avevano smesso o rallentato la loro spinta. Motti fu il primo a occupare tale vuoto con una serie di ripetizioni di alta difficoltà e con l’apertura di nuove vie che spesso andavano oltre i limiti raggiunti dai predecessori, come la risoluzione del Diedro del Terrore sulla Militi, ove si era fermato Guido Rossa e dove si era arenato anche un tentativo di Bonatti.
VENTO caai anni 70Come sempre c’é chi frena su ciò che emerge e in quegli anni ho sentito più d’uno commentare negativamente l’attività esplosiva di Gian Piero formulando previsioni catastrofiche.
Per un po’ le nostre attività si svolsero parallele poi cominciammo a fare qualche cosa insieme e scoprimmo che seppure molto diversi, tante cose ci accomunavano. Ambedue amavamo il nuovo: mettere le mani su un tratto di roccia mai toccato da nessuno, aveva per noi un fascino irresistibile.
Eravamo entrambi appassionati di letteratura alpinistica e ci piaceva raccontare le nostre scalate e le emozioni che ne avevamo tratto, solo che mentre Gian Piero aveva una facilità di scrittura eccezionale, per me lo scrivere era sinonimo di difficoltà.
Cominciammo a scalare integrandoci a vicenda: Gian Piero sulla roccia arrampicava meglio di me ed io appresi molto da lui, io ero più forte su ghiaccio e terreno misto ed ero più duro e determinato in alta montagna. Ci piaceva andare da primi per cui iniziammo scalando insieme, ma ciascuno a capo di una cordata, poi ci trovammo molto meglio a condividere la cordata alternandoci al comando.
Gian Piero proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata, la loro sede di vacanze era a Breno in Valle Grande di Lanzo e quella divenne “ la Sua Valle “. Da ragazzo ne girò tutti gli angoli salendo colli e cime spesso da solo. I Motti conoscevano Giuseppe Dionisi il quale, vista tanta voglia di montagna, lo condusse alla scuola Gervasutti, come allievo fu brillantissimo e al termine dei corsi venne invitato nel corpo istruttori.
Fu tra i primi giovani ad avere un’auto propria e quando decise di interrompere gli studi perché l’università era divenuta per lui invivibile a causa dei movimenti studenteschi sfociati nel ’68, poté arrampicare a tempo pieno senza altra occupazione. Per questa sua condizione era invidiato da molti; egli discuteva con passione su ogni argomento ma quando l’interlocutore dimostrava ottusità e scarsa apertura mentale tagliava corto, ciò fu scambiato come manifestazione snobistica e Motti venne sopranominato “il Principe”. Ma Gian Piero non è mai stato capito dai più, molti vedevano nel suo modo di presentarsi una forma di alterigia, certe sue assenze vennero interpretate come leggerezze egoistiche e poco responsabili. Invece egli era estremamente sensibile e soffriva molto per ogni atteggiamento critico nei suoi confronti; era generoso e timido di fronte al pubblico, in privato scriveva su tutti gli argomenti senza nessun timore nell’esternare le sue idee, anche se andavano contro corrente; di fronte ad un pubblico taceva, non mi ricordo di averlo mai visto condurre una proiezione o una conferenza, qualche volta, messo alle strette, catturava me e parlavo io; poi mi prendeva in giro per qualche frase colorita o impropria da me pronunciata; il nomignolo canzonatorio: Manera Pan e Pera me l’ha affibbiato lui.
A quei tempi non esistevano i “ cellulari “ e neanche tutti avevano il telefono fisso, due erano i punti di ritrovo più in uso per parlare di scalate e per combinarne di nuove: al giovedì sera al CAI in via Barbaroux, oppure, tutte le volte che ci capitava, presso il negozio di materiali per alpinismo dei Fratelli Ravelli in Corso Ferrucci, (ora non esiste più!), il negozio era condotto da Leonardo (Leo) Ravelli (anche lui istruttore della scuola), figlio del mitico “Cichin” Ravelli.VENTO grassi Lì c’era sempre Pipi Ravelli con la sua barba bianca che gestiva il laboratorio e brontolava contro la moda delle picozze con manico sempre più corto. Spesso s’incontrava Cichin novantenne, vestito sempre con giacca e cravatta e costantemente aggiornato sull’attualità alpinistica. Un giorno, mentre discutevo con Leo, vidi entrare un ragazzo, sembrava un bambino… si guardava attorno quasi fosse spaventato, chiese informazione sul prezzo di qualche attrezzo, ringraziò e uscì: era Gian Carlo Grassi.
Gian Carlo è una delle figure più importanti dell’alpinismo torinese del dopo guerra, ebbe un inizio alpinistico difficile, cominciò a scalare da ragazzo animato da un entusiasmo enorme. Fu allievo della scuola Gervasutti e divenne istruttore, ma non si trovò a suo agio, le regole che vigevano allora non coincidevano con il suo modo di praticare l’alpinismo. Faceva un lavoro che odiava e che lo rendeva insoddisfatto, egli avrebbe voluto scalare a tempo pieno e vedeva il lavoro come un penoso impedimento. Legò presto con Gian Piero Motti con il quale effettuò molte delle sue prime scalate difficili, ma in posizione subalterna; raramente con Gian Piero riusciva a scalare da primo di cordata. All’inizio il nostro ambiente non fu generoso con lui, la sua perenne insoddisfazione e qualche incidente da sfigato gli valsero il nomignolo di Calimero, il pulcino piccolo, nero e sfortunato. Nel 1972 venne ricoverato in sanatorio per una sospetta malattia polmonare, vi rimase per oltre 2 mesi maturando così il diritto a un sussidio di 60000 lire mensili per sei mesi. La sua vita cambiò rotta, contando su quel piccolo sostegno abbandonò l’odiato lavoro e decise di vivere di montagna. La guida e maestro di sci biellese Guido Machetto gli procurò un lavoro stagionale agli impianti di Limone Piemonte che, nella stagione estiva, integrava con lavori occasionali, intanto fece il corso guide e divenne guida alpina: il suo sogno di vivere di montagna era realizzato. Lasciato alle spalle il personaggio Calimero, Gian Carlo si avviò a diventare un grande protagonista dell’alpinismo. Credo di non aver mai incontrato nessuno con una passione paragonabile alla sua, per lui tutto era affascinante come un sogno: dalle colate di ghiaccio nei luoghi più impensati ai massi erratici dispersi nella vegetazione della bassa valle di Susa, con il suo entusiasmo ci trascinò tutti a salire le cascate gelate e a scalare sui massi. Gian Carlo era un sognatore, lo si evince dai nomi fantasiosi che dava alle vie da lui aperte. VENTO santunioneCominciò a scrivere, a pubblicare guide e tenere conferenze, all’inizio con difficoltà, con un linguaggio che muoveva al sorriso, molte volte Gian Piero Motti, in sordina, gli aggiustò e corresse i primi scritti, poi si affermò con un suo linguaggio personale fatto di tante terminologie inventate e a volte improprie ma sorrette dalla sua inguaribile condizione di sognatore visionario.
Qualche traccia del vecchio Calimero era rimasta in lui: temeva tutto ciò che egli interpretava come atteggiamento critico nei suoi confronti, ciò lo rendeva a volte permaloso e causò la rottura d’importanti amicizie. Così se nella sua attività agì come un ricercatore instancabile e innovatore, rimase conservatore il suo atteggiamento nei confronti di alcuni nuovi fenomeni come le gare di arrampicata e il sorgere di vie preattrezzate, salvo poi adeguarsi e fare propria quest’ultima realtà.
Ritornò a Torino un torinese trasferito a Milano per gli studi universitari: Paolo Armando. Egli non aveva amici in città per cui un giovedì sera si recò al CAI per trovare qualcuno con cui arrampicare. L’ambiente torinese non era il più idoneo a favorire amicizie istantanee: sempre un po’ chiuso e indifferente nei confronti degli estranei.
Nessuno, come si suole dire in linguaggio attuale, lo cagò, e ciò fece emergere il suo spirito caustico e sarcastico che orientò verso gli scalatori locali. Alla Rocca Sbarua si lasciò andare a commenti poco lusinghieri sull’abilità dei torinesi nell’“artificiale” mentre Antonio Balmamion saliva la Via delle Fessure con le staffe, per poco non finì a botte; un’altra volta venne sfiorata la rissa con Alberto Re, sempre a seguito di commenti sarcastici. Trovandosi così emarginato dagli scalatori torinesi più noti, prese a scalare con i giovanissimi e in particolare con Claudio Sant’Unione e Fredino Marengo.
Amava dissacrare con battute provocatorie, quando salì la nord del Cervino con Alessandro Gogna dichiarò che era una sciocchezza: una via di terzo con un po’ di neve.
Ovviamente il gruppo dei torinesi rendeva pan per focaccia, Paolo soffriva le “ Dulfer ”, quando ripeté con Marengo lo spigolo del Valsoera, salita molto ambita allora, si trovò davanti Peppino Castelli e Alberto Marchionni che avevano come obiettivo di continuare la via oltre il pilastro fino in vetta al Valsoera su terreno vergine; la cordata di Paolo si accodò, giunti però a un diedro con lunga e difficile “ Dulfer “ Paolo non se la sentì di salire da primo e si fece buttare la corda: in brevissimo tempo la notizia di questa “ macchia “ venne diffusa in Europa!
Paolo Armando al di la di tutto era un grande alpinista e il valore delle sue imprese appianò ogni contrasto, entrò nel GAM, diventò amico di tutti anche se ogni tanto tra le sue battute emergeva ancora qualche punzecchiatina. La sua seppur breve carriera alpinistica è notevole: con Alessandro Gogna e Gianni Calcagno si aggiudicò l’ambita prima invernale della Nord Est del Pizzo Badile, anche se con una tecnica stile himalayano che sollevò qualche critica, salì grandi vie dalle Dolomiti alle Occidentali con qualche “ prima” di grande difficoltà come la via sullo Scarason nelle Marittime con Gogna.
Cadde sulla Parete Nord del Greuvetta nel 1970 tentando di aprire una nuova via diretta.
Io non ho mai scalato con Paolo ma sono uno dei pochi a non aver avuto scontri polemici con lui, nelle interminabili chiacchierate in strada, dopo la chiusura della sezione del CAI, a volte mi confidava le sue idee sull’alpinismo e quando fece una serata alla Galleria d’Arte Moderna, pochi mesi prima dell’incidente, volle che fossi io a presentarlo.

13. LA RIVISTA DELLA MONTAGNA

Nel giugno 1970 esce il primo numero della Rivista della Montagna, è una pubblicazione indipendente, totalmente svincolata dagli organismi del CAI.VENTO rivista montagna Nel comitato di redazione vi sono Gian Piero Motti e Andrea Mellano, quest’ultimo vi rimarrà solo per tre numeri mentre Motti ne diventerà direttore dal n. 22 (ottobre 75), al n. 26 (dicembre 76), per uscire poi dal comitato di redazione nel settembre 1978. Io all’inizio non ne condividevo completamente i contenuti perché mi pareva che la parte riservata all’alpinismo di punta fosse insufficiente, ma allora ero un po’ troppo assolutista, entrai poi a fare parte del comitato di redazione con il n. 28 del giugno 1977. La Rivista fu importante nel diffondere le nuove tendenze dell’alpinismo e dell’arrampicata che nel corso degli anni ’70 ebbe una vera e propria rivoluzione; questo soprattutto grazie all’opera di Motti che in quegli anni fu il più importante nella cultura alpinistica torinese e non solo. 

VENTO bertone motti risso

Tutti gli argomenti innovativi vennero da lui affrontati e diffusi dalle pagine della Rivista con testi suoi e con traduzioni intelligentemente scelte dal mondo alpinistico anglo americano passando dall’apertura verso l’alto dell’ormai anacronistica scala Welzenbach delle difficoltà su roccia all’arrampicata a incastro; dall’analisi dell’alpinismo californiano con le sue motivazioni, all’evoluzione dell’arrampicata in Gran Bretagna e all’uso delle pedule d’arrampicata.

14. IL NUOVO MATTINO

All’inizio degli anni ’70 Gian Piero Motti era l’uomo di punta dell’alpinismo torinese e le sue idee influenzarono l’ambiente, non che fossero capite e condivise da tutti, anzi alcuni articoli male interpretati sollevarono critiche da alpinisti della vecchia guardia ma lui comunque era il punto di riferimento e lo rimase anche quando si allontanò dall’alpinismo attivo. E’ naturale quindi che a inaugurare quel periodo che oggi si ricorda come “Nuovo Mattino” fosse lui.VENTO motti 2
Nel 1972 Gian Piero ed io scoprimmo il Caporal e vi aprimmo la prima via che battezzammo con un nome molto significativo: “Via dei Tempi Moderni”, fu l’atto d’inizio del “Nuovo Mattino”, da un termine coniato appunto da Motti in un suo scritto. Quel periodo durò circa 3 anni.
Molto si è detto e scritto sul “Nuovo Mattino”, spesso in modo impreciso, si è anche detto che fu il movimento che influenzò il ritorno all’arrampicata libera in Italia, non è esatto, innanzitutto l’arrampicata libera come la vedevamo noi, allora era ben diversa da come la intendiamo oggi; poi in Italia il massimo promotore di un ritorno all’arrampicata libera, dopo l’abbuffata tecnologica dovuta al diffondersi del chiodo a pressione, fu Reinhold Messner, com’è dovuta principalmente a lui l’apertura verso l’alto della scala delle difficoltà su roccia: il superamento del sesto grado!
VENTO messnerE’ vero che fummo soprattutto noi i primi a diffondere in Italia le tendenze che andavano affermandosi negli USA, nel Regno Unito e anche in Francia.

Visti a tanti anni di distanza gli obiettivi principali che originarono il nostro Nuovo Mattino furono:
Tracciare vie con livelli di difficoltà superiori a quanto era stato fatto prima di noi, sia in arrampicata libera sia in artificiale.
Dare pari dignità alle pareti poste a bassa quota rispetto alle pareti di alta montagna: la grande avventura poteva essere vissuta ovunque indipendentemente dalla quota.
Uscire dalla concezione eroica, ideale e drammatica dell’alpinismo, ancora tanto radicata tra gli scalatori italiani e di lingua tedesca. Pur accettando dei rischi inevitabili, fatiche e privazioni, a scalare volevamo andare per vivere avventure grandi varie e complete, non per sfidare ”eroicamente” la morte, volevamo inoltre privilegiare i fattori tecnici e ludici su quelli emotivi.VENTO manera
VENTO grassi 2Non è che le nostre idee fossero tutte originali, molte erano già rintracciabili per esempio tra il gruppo che faceva riferimento a Guido Rossa, solo che loro non le esternavano con la scrittura. Nella prefazione di presentazione del GAM a firma di Rossa, presidente dello stesso, sul numero 1 di Liberi Cieli del 1960, compaiono ancora i concetti di: << …la causa della grande montagna… evoluzione dell’alpinismo… passione che è scuola di vita.>> Concetti ormai scomparsi nella nostra concezione Novomattiniana dell’alpinismo.

15. CIRCO VOLANTE E MUCCHIO SELVAGGIO

Nell’aprile 1972 con Gian Piero salii una difficile via sulla Paroi de Glandasse in Vercors, tale salita faceva parte della sistematica esplorazione delle pareti calcaree francesi intrapresa proprio da Motti e da me, dietro di noi vi era una cordata di due giovanissimi uno dei quali era Danilo Galante, proveniva dalla scuola Gervasutti ove era stato allievo brillante.VENTO galante Si dimostrò subito molto dotato nell’arrampicata, dopo i corsi alla scuola iniziò a scalare con Gian Carlo Grassi che ritornava dopo il sanatorio, con lui si legò di grande amicizia. Danilo diventò il punto di riferimento per un gruppo di giovani tendenzialmente trasgressivo e in questo gruppo venne chiamato “Il Mago” mentre Grassi, più anziano, veniva definito “Maestro”. Il gruppo si autodefinisce, volta a volta, “Circo Volante” o “Mucchio Selvaggio”.
La trasgressione nell’alpinismo Torinese non era certo una novità, basta ricordare le imprese di Villa Pisolino, ma questa era una trasgressione diversa, non solo rivolta all’interno del proprio campo di attività, come la più antica ma manifestata a più ampio raggio verso l’esterno con “spese proletarie”, prelievo di benzina da auto altrui etc.…
Eravamo tutti amici e quando capitava, scalavamo assieme, ricordo con piacere un tentativo a una grande parete calcarea francese nel giugno 1974, naufragato sotto la pioggia. Era condotto da Motti e da me seguiti da una cordata formata da Danilo Galante, Roberto Bonelli e Piero Pessa, tentativo sfortunato ma sorretto da tanta allegria. Ricordo con qualche rimpianto i lunghi discorsi sopratutto con Danilo e Roberto.
C’era però in questo gruppo una visione un po’ critica verso ciò che rappresentavamo io e Gian Piero.
Io ero per una forma di ordine esemplificato da una ferrea volontà nel conseguire gli obiettivi e nel pretendere il rispetto delle regole che la tradizione ci aveva insegnato; Gian Piero era visto un po’ come il Principe, libero di scegliere senza tanti condizionamenti. Noi due poi eravamo un po’ ingombranti con le rubriche che curavamo sulla Rivista Mensile del CAI e con i tanti scritti che pubblicavamo. Ciò malgrado Danilo fu enormemente influenzato da Gian Piero, dopo la sua morte comparsero degli scritti custoditi nelle sue cose. Non erano originali, erano dei celebri articoli di Motti che Danilo aveva riscritto sostituendosi nel testo al personaggio Gian Piero.
Galante morì per sfinimento assistito da Grassi in Chartreuse, nel bosco sull’altopiano, stroncato dal maltempo, se fosse vissuto, sarebbe stato uno dei protagonisti dell’arrampicata libera sportiva che sbocciò alla fine di quel decennio. Alcune sue vie dimostrano una concezione che era già proiettata in avanti.
Grassi, divenuto guida alpina incrementò ancora la sua enorme attività abbracciando tutti i campi; altri del Circo Volante continuarono a scalare ma senza formare più un gruppo definito e rappresentativo.

16. VENTO NUOVO NELL’ARRAMPICATA LIBERA

VENTO arrampicata 1972Nella seconda metà degli anni ’70 un vento di novità arriva a investire l’arrampicata libera su roccia, proviene inizialmente dal Regno Unito poi successivamente dalla Francia e dalla Germania. Ancora una volta è Gian Piero Motti a farsi portavoce traducendo sulla Rivista della Montagna n° 33 del settembre 1978, uno scritto di Peter Boardman: “ Dove sta volando l’arrampicata in Gran Bretagna”.
L’arrampicata libera diventava sempre più “sportiva”, quindi con regole che la disciplinavano, parallelamente prendevano importanza scale di valutazione delle difficoltà aperte verso l’alto tali da registrare e classificare gli enormi miglioramenti conseguiti dagli scalatori atleti. Come in tutti gli sport vennero sviluppate tecniche di allenamento che consentirono di arrivare a livelli di difficoltà sempre più alti.VENTO arrampicata 1975
Nasce un nuovo obiettivo: superare con le regole dell’arrampicata sportiva le vie aperte con ricorso alla scalata artificiale, ossia senza usare ancoraggi né per la progressione né per il riposo.
Noi torinesi sposiamo fin dall’inizio il metodo francese che consente sempre di più l’uso dello “spit” (quindi forare, prima a martellate con il punteruolo, poi con il trapano) ed applica una scala di valutazione delle difficoltà molto semplice e razionale: quella numerico-letterale usata ormai universalmente.

Con il successivo impiego del trapano nell’apertura di vie in montagna si completa “ l’assassinio dell’impossibile” paventato da Messner tanti anni prima, infatti, con un mezzo che ti permette di fissare una protezione quando hai esaurito ogni risorsa, la parola “impossibile”, che ha accompagnato l’alpinismo dalle sue origini, non ha più senso, si possono aprire vie con elevatissime difficoltà obbligatorie ed estremamente rischiose ma non impossibili perché quando non si può, più si buca. L’impossibile assoluto non esiste più.

VENTO berhaultMolti ambienti sono conservatori e all’epoca si opposero alle novità, mi ha fatto impressione rileggere il verbale di un’assemblea del Club Alpino Accademico Gruppo Occidentale del 17 dicembre 1978 dove una mia mozione per l’apertura della scala delle difficoltà oltre il sesto grado venne bocciata 6 voti a 11.

Sempre più sport, quindi allenamento e necessità di tempo libero per praticarlo. Nasce perciò la voglia da parte di molti arrampicatori di scalare a tempo pieno come dei professionisti dello sport.
A Torino vi è molta sensibilità su questi temi. Promossi da Andrea Mellano, sempre aperto al nuovo, e da Emanuele Cassarà, vengono tenuti due convegni sul Settimo Grado, il secondo in occasione della Manifestazione Sportuomo 1980 promossa dal comune di Torino. Fu un incontro importante, conoscemmo l’astro nascente del nuovo modo di arrampicare: il francese Patrik Berhault che si presentò con una chiarissima relazione sul suo modo di allenarsi sia fisicamente sia psicologicamente, il suo fu un forte stimolo per i nostri campioni nascenti che servì a proiettare verso l’affermazione internazionale il più forte di tutti: Marco Bernardi.
In quel convegno emerse il tema della scalata a tempo pieno, forte appariva l’aspirazione di molti a diventare professionisti dell’arrampicata. Fui colpito da questo e riflettendo sul tema del dare e dell’avere manifestai il mio punto di vista sul professionismo legato all’alpinismo con un articolo pubblicato su “Scandere 1980 dal titolo provocatorio: “ Settimogradisti Parassiti Sociali?”, nel quale tra l’altro ipotizzavo anche le gare di arrampicata. Fu come la benzina sul fuoco, suscitò dibattito e polemiche e venne anche tradotto e pubblicato in Francia su una rivista allora celebre.

17. MARCO BERNARDI

Marco Bernardi è stato, probabilmente, il più forte arrampicatore dell’ambiente torinese del dopo guerra, il suo era un talento naturale che egli affinò applicandosi con intelligenza allo studio della dinamica della scalata e allenandosi intensamente e scientificamente. Quando le sue straordinarie capacità erano già note legò con Gianni Comino e Gian Carlo Grassi che lo iniziarono, quasi giovane allievo, al ghiaccio estremo. VENTO bernardiAllievo sul ghiaccio s’intende perché sulla roccia era già insuperabile. Dopo la morte di Comino sui seracchi della Poire al Bianco, continuò a scalare con Grassi aprendo le prime vie con passaggi di settimo grado nel gruppo del Gran Paradiso. Il legame di amicizia tra i due s’interruppe dopo una salita al Capitan in Yosemite negli Stati Uniti.

Bernardi si impone nell’alpinismo internazionale con una serie di prime solitarie eccezionali tra il 1980 e l’81: il concatenamento in solitaria del Pilier a Tre Punte e il Pilier Sans Nom al Mont Blanc du Tacul, la prima solitaria della via Gervasutti alla Est delle Jorasses e la prima solitaria del Pilier Derobèe sulla Sud del Monte Bianco. A queste imprese nel Massiccio più ambito dagli scalatori torinesi, va aggiunta la prima solitaria della difficilissima via Armando- Gogna sullo Scarason, nelle Alpi Marittime.
Quello delle solitarie e dei concatenamenti era il motivo conduttore dell’alpinismo di punta in quel momento. E’ però un modo di scalare che impone forti rischi che Marco non è disposto a correre per cui non continua su quella strada. Diviene Guida Alpina e si afferma sempre di più nella nuova “arrampicata sportiva”, sarà il tracciatore delle prime gare di arrampicata a Bardonecchia.
VENTO bernardi 2Sulla pubblicazione Monti e Valli della Sezione CAI di Torino del secondo semestre 1983, in un articolo dedicato all’orrido di Foresto sintetizza molto bene lo scostamento che va formandosi tra l’”arrampicata sportiva” e la concezione tradizionale e classica della scalata: << …se si era scoperto il nuovo terreno a bassa quota e s’iniziava a vivere l’arrampicata come un gioco, la tendenza rimaneva quella di aprire vie nuove anziché cercare di realizzare quelle già esistenti in arrampicata libera. La sensazione data dal raggiungimento dell’armonia tra forza, movimento ed equilibrio rimanevano inferiori per intensità a quelle date dalla conquista di una parete… si era comunque compiuto il passo comprendendo che l’esercizio di salire una parete poteva essere vissuto sportivamente senza le implicazioni dell’alpinismo… s’iniziava a distinguere tra Alpinismo finalizzato alla realizzazione di un’impresa e Arrampicata come movimento fine a se stesso… arrampicare sportivamente significa allenarsi sia a secco sia in parete e richiede un impegno simile a quello della danza classica o della ginnastica artistica…>>

Nella seconda metà degli anni ’80 Marco Bernardi si allontana dalla scena discretamente, in punta di piedi: la Montagna non è più il suo principale interesse.

18. SPETTATORE ATTIVO

Pescando tra i ricordi dei fatti e dei personaggi mi sembra di esser uno spettatore che vede VENTO gamcomparire, sparire, e ricomparire i protagonisti. 

VENTO meneghin

Spettatore attivo però, sempre nella mischia condannato come “L’Ebreo Errante” protagonista di un antico romanzo, a non fermarsi mai, sempre alla ricerca di nuovi compagni per nuove scalate: ritorna Franco Ribetti dopo tanti anni di assenza, compare Isidoro Meneghin che mi è compagno in tante “Prime”.


Nel 1981 chiude il Gruppo Alta Montagna, ha esaurito la sua spinta nell’alpinismo torinese.
Nel giugno 1983 si toglie la vita Gian Piero Motti, straordinario protagonista dell’alpinismo della nostra città.

 

19. SPEDIZIONI

Se i torinesi sono stati protagonisti in molti eventi, lo sono stati molto meno nelle spedizioni extraeuropee. Nel 1981 viene organizzata una spedizione importante, a una delle più belle montagne che esistano: il Changabang. VENTO changabanEra divenuta celebre per le imprese di alcuni dei massimi esponenti dell’alpinismo himalayano.

Io vidi quella montagna nel 1976, ne rimasi affascinato e mi ripromisi di fare di tutto per salirla. La nostra spedizione era composta da alpinisti della domenica e qualche sorriso certamente ci accompagnò: << cosa cercano dei dilettanti su una montagna da professionisti? >>. Consci della serietà dell’obiettivo venne fatto un discreto sondaggio sulla possibilità di partecipazione da parte di Marco Bernardi, ma aveva altri obiettivi. Malgrado tutto il Changabang venne da noi salito per una nuova via, in vetta Lino Castiglia di Alba e Ugo Manera.


L’appetito vien mangiando, dicono, così nel 1984 nuova spedizione nell’Hindu Kush Pakistano con obiettivo la sconosciuta catena dei Bindu Gul Zom. Una cavalcata attraverso cinque cime mai salite tra i 5200 e 6200 metri che offrì una straordinaria arrampicata su granito seguita da aeree creste di misto.

VENTO vetta changabam

In vetta Lino Castiglia, Ugo Manera, Franco Ribetti e Claudio Sant’Unione.

Parteciparono alla spedizione Corradino Rabbi e Giuseppe Dionisi, sessantanovenne, tante volte nelle Ande, desideroso di vedere l’Himalaya.
Due anni dopo il nocciolo duro della spedizione del Bindu Gul Zom, con altri due scalatori ripartiva nuovamente per l’Hidu Kusch per un grande obiettivo ma fummo sfortunati, un fuoristrada si ribaltò nel viaggio di avvicinamento e nell’incidente perse la vita Alessandro Nacamuli, giovane istruttore della scuola Gervasutti.

 

20. GARE DI ARRAMPICATA - ALP

VENTO alpVENTO gara 1985Nel 1985 nasce la rivista ALP che accompagnerà l’evoluzione dell’Arrampicata Sportiva che si sta creando il suo spazio sempre più ampio (purtroppo il cammino editoriale di questa rivista forse sta finendo). Lo stesso anno vengono effettuate le prime gare di arrampicata in Europa Occidentale, a volerle e promuoverle, tra tante difficoltà, furono Andrea Mellano ed Emanuele Cassarà.

 

Ugo Manera