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Andiamo in Yosemite?

15 (Large)Andiamo in Yosemite?

A cura di Fabio Ventre

Spesso le migliori avventure nascono per caso. In una giornata fredda e umida di gennaio dovevo andare a fare dry tooling a Ceresole Reale quando la mattina ricevo un messaggio dal mio amico che diceva di non poter più venire. Indeciso su cosa fare vado lo stesso da solo sperando di incontrare qualcuno in falesia, e in effetti trovo una forte guida che conosco con il suo gruppo di amici, con i quali riesco a scalare. Uno di loro mi dice che di lì a poco, in primavera, sarebbe partito per l’America giusto il tempo necessario per salire la mitica via del Nose.
L’idea mi stuzzica molto ma sul momento non ci faccio troppo caso, però una volta tornato a casa come un tarlo inizia a scavare nel cervello finché non mi trovo a controllare i prezzi dei biglietti aerei. Mando un messaggio a Lucas, un amico belga con cui ho scalato molto nelle Alpi quando studiava a Torino, e che l’anno prima era stato in Yosemite scalando alcune delle più belle vie della valle, per sapere che cosa ne pensa. Inizialmente mi dice che non ha vacanze, poi dopo un paio di settimane mi richiama dicendo che anche lui continuava a pensarci, quindi si parte!
Lui decolla da Bruxelles e io da Torino, per cui ci diamo l’appuntamento direttamente a San Francisco, fa effetto ritrovarsi per scalare dall’altra parte del globo! Super eccitato e dopo molte domande insistenti da parte del Border Patrol sul traffico ed uso di marijuana (avevo fatto scalo ad Amsterdam e dopo undici ore di volo non avevo una bella faccia) riesco finalmente ad entrare in America. Sembra veramente di essere in un film o di giocare a GTA San Andreas, le autostrade a sei corsie, le macchine giganti e i fast food ovunque ci fan capire che qui tutto è sovradimensionato e per fortuna lo sono anche le pareti di roccia, non a caso “big wall”.1 (Large)

Il primo giorno ci ospita Juliana, un’amica brasiliana del padre di Lucas che vive nella valle -il suo vicino di casa è Ron Kauk!- che ci presta la tenda e ci dà preziose informazioni sulla via. La prima vista della parete di El Capitan è fenomenale, la intravedo dai finestrini del pullman e la cima scompare oltre il vetro, è tremendamente bella. È primavera e la valle appare in tutto il suo esplodere di vita, le cascate e i torrenti sono pieni d’acqua, gli animali camminano tranquilli ai lati della strada e il sole scalda l’aria. Il mitico Camp 4 è quasi vuoto perché questa stagione è abbastanza inusuale per arrampicare infatti ci sono in prevalenza messicani che grigliano carne dal mattino alla sera.
Iniziamo subito a pensare ad una strategia e decidiamo di salire scarichi i primi quattro tiri (di placca e con pendoli), come consigliano molti, per fissare le corde e poi scendere a riposare ancora una notte in campeggio, in questo modo è anche molto più facile recuperare il sacco trovandosi già sulla verticale. Inoltre voglio “acclimatarmi” un minimo, non ho mai scalato qui e iniziare subito dalla parete più difficile mi intimorisce un po’.
Il giorno dopo partiamo molto presto da Camp 4, siamo senza macchina e la mattina non ne passano tante a cui chiedere un passaggio ma per fortuna un ragazzo americano ci presta la sua bicicletta (da bambino e con le ruote 2 (Large)sgonfie). La scena risulta molto divertente, io pedalo con il pesante zaino sulle spalle e Lucas è seduto sul tubo del telaio, mi chiedo dove caspita vogliamo andare se iniziamo già così e probabilmente se lo chiedono anche le poche persone che incontriamo. La marcia per arrivare sotto la parete è molto corta, sulla guida infatti si legge “approach: 10 min, route: 5 days” penso che una via con queste caratteristiche sia unica al mondo! Iniziamo ad arrampicare, l’emozione è tanta ma non dobbiamo distrarci un attimo per scalare e recuperare il pesante zaino con la massima efficienza. Ad un certo punto un pendolo abbastanza lungo ci permette di entrare in un pezzo forte della via: le Stovelegs Crack. Queste fessure sono famose perché Warren Harding, respinto al primo tentativo, si fece costruire da un suo amico fabbro dei chiodi sufficientemente grandi ricavati dalle gambe di una stufa di ghisa (da qui il nome) per riuscire a salire. Benché sulla carta siano abbastanza facili, qualche tiro ci dà filo da torcere, in particolare uno di quasi cinquanta metri tutto di incastro di pugno e con soli pochi friend della taglia giusta mi mette a dura prova. Le Stovelegs ci depositano direttamente sulla prima grande cengia: la Dolt Tower, dove passeremo la notte. La sera possiamo finalmente guardarci un attimo intorno e rilassarci, l’indomani ci aspetta un’altra dura giornata e da dove siamo ora sentiamo ancora il “peso” della parete sopra di noi che pare schiacciarci. Il giorno dopo il sacco è più 7 (Large)leggero ma ci aspettano molti tiri duri tra cui il famigerato Great Roof. Questo tiro è quello che Harding, quando studiò la via da sotto, pensò erroneamente che fosse il più problematico, in realtà lo superò abbastanza facilmente grazie ad una provvidenziale fessura. Per raggiungere questo tetto facciamo molti tiri tra cui il famoso Jardine Traverse che permette, a quelli forti che vogliono fare tutto il Nose in libera, di evitare il grande King Swing. Questo tiro è uno dei più difficili da liberare, cosa che non ci passa neanche per la testa essendo anche bagnato, qui l’esposizione è massima e cerco di non guardare troppo in basso. Subito dopo arriviamo alla Pancake Flake, una fessura dal nome innocente e quasi invitante ma ancora una volta - indovinate- molto più dura che sulla carta. Superata questa dopo pochi tiri arriviamo finalmente sulla cengia su cui passeremo la notte, Camp V. Mi immaginavo fosse un posto abbastanza comodo invece è uno stretto ripiano largo al massimo un metro ed inclinato verso il basso. I miei piedi sono penzoloni nel vuoto e non dormo sonni tanto tranquilli dato che ogni volta che mi giro nel sacco scivolo un po’ più giù. La mattina ci svegliamo con le mani sempre più doloranti ma questo giorno è -almeno in teoria- quello della cima, siamo abbastanza tranquilli e molto motivati anche perché da quest’altezza un’eventuale calata in doppia sarebbe veramente spaventosa. Ci mancano ancora una decina di lunghezze e la più dura è Changing Corners, un tiro lunghissimo e magnifico che inizia da Camp VI (uno dei migliori bivacchi della parte alta, trovato bagnato) e che consiste nel salire un diedro strapiombante e uccessivamente traversare in un altro diedro aperto per arrivare a una scomodissima sosta appesa. Questo tiro è il più duro (8b+) per chi vuole scalare il Nose in libera ed è interessante notare che anche se molto al disotto dei massimi livelli raggiunti in arrampicata, a causa della particolarità dello stile di scalata, sono solo sei le persone che sono riuscite a farlo in libera.

10 (Large) Superato Changing Corners si è praticamente in cima, manca solo lo strapiombo terminale sul quale, Warren Harding, ormai disperato, passò tutta la notte a piantare a mano ventisette chiodi a pressione per uscire finalmente sulla cima orizzontale. Per fortuna i chiodi sono ancora là e ci mettiamo molto meno di 16 (Large)Harding e arriviamo finalmente in cima nella calda luce del tardo pomeriggio. Gli ultimi raggi di sole ci illuminano e ci godiamo il tramonto con la vista spettacolare dell’Half Dome, proprio di fronte. Decidiamo di dormire in cima per godercela un po’ e il giorno dopo scendiamo barcollanti sotto i pesanti zaini. Siamo increduli, ancora di più se penso che tutte le vie del Capitan sono deserte e che in tre giorni di arrampicata non abbiamo incontrato nessuno, pensare che siamo sulla via più famosa del mondo su cui di solito il problema è l’affollamento!
Arriviamo a Camp 4 e la mattina dopo vorremmo tanto riposare, ma è l’ultimo giorno di bel tempo quindi ci obblighiamo un po’ a scalare per sfruttare tutti i giorni. Facciamo Serenity Crack + Sons of Yesterday, una bella combinazione di vie corte e facili sui Royal Arches, che bello arrampicare leggeri!
L’indomani piove e un ranger ci comunica che stanno evacuando tutte le persone dal Parco dello Yosemite a causa di una tempesta in arrivo dal Pacifico e che entro mezzogiorno dobbiamo lasciare il campeggio. Pazienza, dopotutto siamo in America, è ora di fare i turisti! Facciamo gli zaini e scendiamo in autostop fino a Merced, poi affittiamo una macchina e partiamo alla volta di Los Angeles.
In conclusione è stata un’incredibile avventura soprattutto se penso alla fortuna che abbiamo avuto con il meteo (la settimana prima del nostro arrivo nevicava) ed è stato bello condividerla con un grande amico, spero di poterci tornare presto, c’è così tanto da scalare!

Altre foto:

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