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Daniele Caneparo, un anno dopo la scomparsa

Tra pochi giorni, il 23 novembre, sarà un anno che Daniele Caneparo non è più con noi, il ricordo di Matteo Enrico.

foto Daniele

Alle 20 inoltrate di un giorno di agosto 2003, in quella che passerà agli annali come una delle estati più calde di sempre, io, mio fratello ed altri due amici siamo beatamente seduti sulla terrazza del Rifugio Envers des Aiguilles. Improvvisamente vediamo arrivare un uomo ed una donna. Prima di giungere sulla terrazza, l’uomo si ferma nei pressi di un rubinetto dell’acqua, si spoglia completamente, mutande incluse, ed inizia a darsi una bella rinfrescata. Lo riconosciamo, è Daniele Caneparo. Ridiamo divertiti. Ci salutiamo e scambiamo due battute. Non lo conosciamo ancora bene, se non per averlo incrociato in falesia qualche volta anni addietro.

 

GugliaMezzodiNord
Con Paolo Zanoli abbiamo appena iniziato a risalire sci a spalle un ripido canale nella zona di Bardonecchia, poco più avanti notiamo uno scialpinista che sta fissando gli sci sullo zaino. Ci avviciniamo, giacca arancione sbiadita, movimenti lenti e precisi. E’ Daniele Caneparo! Sono passati 6 anni da quel giorno sul Bianco, siamo contenti di rivederlo, risaliamo tutto il canale insieme fino in punta alla Guglia di Mezzodì. Ridiamo e scherziamo, Daniele è davvero simpatico. Decidiamo di organizzare altre gite insieme.

roccabianca


“E’ una cosa pazzesca, non si può scindere il rischio dall’alpinismo, l’alpinismo senza rischio semplicemente non esiste”. E’ un giorno d’inverno, l’auto risale con grinta i tornanti della valle ancora buia e addormentata, la meta è uno dei canali che solcano le ripide pareti del Monviso. Daniele è in preda a una delle sue memorabili e ferventi oratorie, i passeggeri dell’auto, un po’ addormentati e un po’ interessati seguono il ragionamento, così apparentemente assurdo ma così realmente vero. E Daniele non era uno che parlava a vanvera, a 14 anni aveva salito da solo e slegato grandi pareti nord delle Alpi, come il “Couloir Couturier” all’Aiguille Verte o la “Neruda” sulla nord del Lyskamm mentre il padre lo aspettava al rifugio. O quando, a 16 anni, sulla grandiosa via “Major” al Bianco, nel cuore della Brenva, il compagno, pressoché coetaneo, cadde e morì. Immaginate un ragazzino di 16 anni, nel cuore di una delle pareti più selvagge e severe delle Alpi, da solo, senza possibilità di poter chiamare i soccorsi e senza cellulare, doversi ritirare in completa solitudine. Un qualcosa di cui forse oggi si sarebbero interessati, più che le testate di alpinismo, i servizi sociali. Tempi che cambiano, decisamente in peggio, in un mondo dove la libertà, ivi compreso il suo modo di morire, è sempre più costretta nel vincolo della sicurezza e nel trovare il capro espiatorio a tutti i costi. Un mondo dove anche chi va in montagna, spesso, invece di solidarizzare, si erge a grillo parlante con un “se l’è andata a cercare”. Sì, è vero, forse Daniele se l’è andata davvero a cercare in quell’ultima scialpinistica, in un luogo di una difficoltà insignificante per lui, ma l’ha fatto razionalmente e con la consapevolezza di chi ha sempre seguito uno stile di vita, coerente fino in fondo.

val varaita


Fortissimo alpinista e audace esploratore di vie nuove, “spesso e volentieri gli alpinisti dimenticano o forse semplicemente ignorano luoghi un po’ cupi e solitari e per questo terribilmente affascinanti”, ripetè anche numerose vie in solitaria, spesso senza corda. A tal proposito voglio ricordare la solitaria della via “Bonington” al“Pilone Centrale del Freney” nel 1992, con accesso dal Col du Peuterey, legandosi solamente sul tratto della “Chandelle” con un cordino da 7 mm, o quella al “Pilier Cordier” ai Grand Charmoz, proprio in preparazione al Pilone “andai su da Chamonix in giornata ma all’attacco scoprii che avevo dimenticato le scarpette..allora..ahahahahahah..iniziai a fare i primi due tiri a piedi scalzi. Poi però mi accorsi che sarei stato troppo lento così tornai il giorno dopo”. Questo era Daniele Caneparo, un alpinista, un accademico con la A maiuscola. Sempre alla ricerca delle novità e di un qualcosa di nuovo, fu tra i primi a ripetere le vie moderne di Michel Piola, tra cui “Folies Bergere” e “Panne de Sense” (il primo 6c obbligato del Bianco). “Voyage selon Gulliver” la prima volta non riuscì a farla, perché nel viaggio di andata riuscì a ribaltarsi con la sua auto e sentire l’asfalto attraverso il tettuccio del veicolo.

PassoCanaloneRosso

Sì perché Daniele era sempre oltre, lui che arrivava sparato alla barriera del Telepass (“fino agli 80 km/h si apre”), veloce sulla sua Seat Ibiza TDI 1900, inseguito dalla Polizia mentre tornava in Toscana (“Ah! La macchina migliore che abbia mai avuto. Peccato che l’abbia distrutta”). In Piemonte fu uno dei protagonisti assoluti degli anni ’80 in Valle dell’Orco, autore di prime libere e vie memorabili, basti ricordare “Legoland”, la “Separaty Reality” italiana. Daniele fu però anche letteralmente stregato dal selvaggio Vallone di Sea, dove tracciò una delle sue linee più pure ed estetiche, “Così parlò Zarathustra, una via per tutti e per nessuno”, ma anche “Gente Distratta”, “Apprendisti Stregoni”, “Misteri della Meccanica” e “Misteri della Fisica”, dove a causa di un imprevisto, bivaccò tutta la notte. Daniele, seppur dopo qualche tentennamento, dovuto alla sua concezione di alpinismo, approvò comunque la nostra opera di rivisitazione delle vie del Vallone, “è giusto che chi è ancora in attività segua le tendenze attuali dell’arrampicata”, in fondo felice che le sue vie venissero di nuovo ripetute. Per scherzare, spesso gli dicevamo che avevamo o avremmo messo una mitragliata di spit solamente sulle sue vie, e lui rideva divertito.

PuntaNonna

Daniele trovò, dopo aver smesso di scalare, la sua dimensione con lo scialpinismo e con lo sci ripido. Le gite con Daniele erano sempre lunghe, selvagge, profondamente scialpinistiche e avventurose, talvolta in luoghi che non erano mai stati battuti prima con gli sci. I “ravanamenti” iniziali erano sempre ampiamente ripagati da pendii strepitosi e da luoghi solitari. Non sempre però era facile combinare gite con Daniele, più la stagione avanzava e più lui diventava euforico, e talvolta era difficile seguirlo nei suoi progetti. Ricordo che Paolo Gallina mi raccontò che un giorno Daniele, in una delle sue oratorie, disse che non si capacitava come mio fratello ed io, non avendo figli, fossimo talvolta troppo conservativi non avendo nulla da perdere! Questo era Daniele, sempre oltre, a tal punto da perdere l’equilibrio sulla nord del Viso, su un pezzo ghiacciato e fermarsi miracolosamente su una lamina dello sci.

puntanonna

Ma Daniele era duro, forte, e anche orgoglioso. Alle 17 di un lontano inverno apparve uno squillo a suo nome sia sul telefono di mio fratello che su quello di Enrico Pessiva, poi più nulla. Daniele non era raggiungibile. Tutti si allertarono, non si sapeva dove fosse. Fu di nuovo raggiungibile alle 22, mentre mangiava un panino all’autogrill. Aveva avuto, durante la discesa dalla sud del Frioland una distrazione al ginocchio. Percorse centinaia di metri di dislivello praticamente strisciando, pur di non chiamare l’elisoccorso. Una forza della natura, come quando sferzato dal gelido vento invernale, si fermava a parlare con altri gitanti, con solo addosso la maglietta di cotone intrisa di sudore. Poi arrivava in cima, e chiedeva se volevi del thè caldo, che altro non era che aranciata gelata.

Lunella canaleNO


Della mancata chiamata all’Elisoccorso ne fece le spese anche Paolo Gallina, che verso la fine di una gita alle Rocce del Fraiteve non vide un muretto a secco e si fratturò un piede. Daniele improvvisò una barella e lo porto giù fino all’auto, “oggi mi sono divertito tantissimo, da morir dal ridere”, disse al telefono la sera dell’infortunio, con il suo ironico cinismo e la sua straordinaria umanità. Quell’umanità che tutti notammo, ancora una volta, un lontano giorno di dicembre, quando tutta la nostra combriccola si prodigò a portare giù Lucy, cane vecchio e glorioso, che ci aveva seguito fino sulla vetta del monte Briccas. Erano le 16.30, stava diventando buio, e c’era così talmente tanta neve da non riuscire a curvare, e la povera cagnolona non riusciva a scendere. Io, grande amante dei cani, non ebbi il minimo dubbio, e rimbrottai anzi un po’ Daniele che iniziava ad esordire con un “capisci, questa è selezione naturale”…ma pochi secondi dopo ce l’aveva in spalla, e con una staffetta memorabile facemmo ciascuno un tratto con Lucy sulle spalle, portandola sana e salva a valle. A seguito di quell’episodio Daniele scrisse una meravigliosa lettera al suo amico Marco L.

con Lucy


Potrei andare avanti con altri aneddoti, altri episodi, altre vicende che hanno legato me e mio fratello a Daniele in questi anni.

monfandi


Posso dire che Daniele è stata una persona straordinaria, e lo affermo senza l’ipocrisia di dare la gloria ai morti, estremamente umana e professionalmente molto competente (potendolo affermare a ragion veduta, in quanto ebbe in cura nostro papà per diverso tempo), sempre con un consiglio giusto, ragionato. Perché Daniele era anche uno studioso, non solo nel campo medico, ma in tanti altri settori della cultura e dell’esistenza in generale. Porterò sempre con me il ricordo di una gita il primo dell’anno del 2013, dove, di ritorno dalla Rossa di Sea, mi parlò con enfasi e un velo di tristezza di tanti aspetti della vita, anche privati.

pizzoormea


Passammo a casa di Sergio Sibille il capodanno del 2018, non sapendo che per te sarebbe stato l’ultimo. Ancora una volta ci raccontasti dei tuoi studi e delle tue peripezie. Fu un brindisi alla vita.

chiavesso


Quando quel lunedì 25 novembre 2019 squillò il telefono e dall’altro capo c’era Enrico Pessiva che ci chiedeva se avevamo notizie di Daniele, disperso da sabato, un oscuro pensiero si palesò in noi, “la valanga è il vero corpo a corpo con la montagna”...già, Daniele caro, ma stavolta aveva vinto lei. Ma sono, siamo sicuri, che anche in quell’attimo, nel momento fatale del trapasso, con il tuo solito e impagabile cinismo, avrai fatto un brindisi. Non alla morte, ma alla vita.

Matteo Enrico – C.A.A.I.

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