Le infermiere salveranno il mondo
Ulisse stava uscendo dalla casa in cui aveva vissuto, o meglio sopravvissuto negli ultimi 15 anni, tirandosi dietro una valigia, neanche tanto grande, ed era il giorno di Ferragosto.
Si girò indietro per vedere i suoi libri, i suoi dischi, le sue foto, la sua vita e continuò a camminare cercando di non pensare a nulla se non che quello che stava facendo era giusto, o almeno l’unica cosa da fare.
Uscì appoggiando lievemente la porta allo stipite, così come lentamente si avviò verso l’androne di casa, attraversò il giardino, ormai cotto dal sole ed entrò in auto come su una navicella spaziale diretta su un altro pianeta.
Girò la chiave d’accensione e subito si sentì una canzone di De Gregori; era da settimane che la sentiva, più volte al giorno, conosceva la melodia, il ritmo ma si rifiutava di imparare le parole a memoria. Le parole gli piaceva ascoltarle come se fosse la prima volta ma le dimenticava ogni volta che la canzone terminava e passava il dito sul comando del riascolto, ascoltava di nuovo con attenzione le parole cercando qualche attinenza alla vita che stava conducendo.
Si stupiva persino dei pensieri che ogni volta lo assalivano alla fine della canzone, era come se rimanesse folgorato dalle parole del testo che aveva ascoltato centinaia di volte.
Poi concludeva che una canzone non è che parole e musica, che può dare emozioni ma non indicare la strada da intraprendere.
In poco tempo, arrivò alla nuova casa, una casa enorme per una persona sola, ma non aveva alternative, era il posto che sarebbe diventato, prima o poi, suo.
La casa di sua madre.

Sua madre, da alcuni mesi, aveva deciso di entrare in una sorta di comunità, era una casa poco distante da questa, in un altro paesino, una sorta di grande caseggiato composta da 6/7 miniappartamenti occupati da persone della sua età che conosceva da una vita e da due coppie di ragazzi che erano all’ultimo anno dell’Università.
Sua madre l’aveva soprannominata “l’Arca di Noè’” e le piaceva viverci, tanto che le telefonate ad Ulisse da tre-quattro al giorno si erano diradate ad una alla settimana.
Ulisse l’aveva chiamata 15 giorni prima e le aveva chiesto se potesse ospitarlo per qualche settimana e ne aveva ricevuto l’assenso senza troppe domande.
Ulisse posò la valigia nell’unica camera da letto ancora arredata e si avviò verso il balcone che dava sulla collina dietro casa.
Il sole faceva la sua parte, non pioveva da settimane e una sorta di polvere e calura si alzavano dal terreno; i filari di vite erano davanti allo sguardo e si potevano contare i grappoli che cominciavano la loro corsa verso la vendemmia.
Ulisse trascorse le prime settimane in questo luogo, era in ferie quando prese la decisione di andarsene da casa, una volta per tutte.
In quelle settimane non ricevette alcuna telefonata, nessun sms, nessuna @ che lo invitassero a ripensarci a ritornare alle cose che aveva lasciato.
Evidentemente non importava a nessuno della sua decisione.
Il tempo trascorreva lento, così lento che Ulisse si accorse del passaggio delle ore e delle giornate, si accorse di quanto tempo ci volesse per pulire casa, per cucinare, per fare la spesa, per annaffiare le piante.
Provò ad immaginarsi la sua vita da quel momento in poi, alle cose da fare ma anche a chi avvisare in caso gli fosse successo qualcosa. Sua madre no di certo, suo fratello era da anni a lavorare in Messico e veniva in Italia ogni due anni; pensò alla sua amica infermiera. Vanny la leonessa, che conosceva da anni perché avevano fatto parecchie salite insieme, faceva parte del soccorso alpino, era simpatica e molto “alla mano”, ci aveva anche provato una volta, ma lei gli disse che gli uomini non erano il suo genere.
Ecco poteva chiedere a lei e si ripromise di cercarla.
Passarono anche le ferie e si tornò al lavoro, ogni mattina un’ora di auto per raggiungere l’ufficio e poi di lì organizzarsi per andare dove l’aspettavano per i suoi seminari.
Il suo lavoro gli piaceva, lo aveva salvato negli anni della monotonia coniugale, gli dava la giusta carica e gli permetteva di conoscere molte persone e con alcune trascorrere una serata insieme e, magari, anche una notte.
Che poi chiamarlo lavoro era persino esagerato; il lavoro era andare in fabbrica, in ospedale o nei campi, era piegare la schiena e correre tutto il giorno, stare attenti a non sbagliare una lavorazione o una pratica. Sudare, tremare di freddo, guardare nel vuoto, aspettare che il turno finisse, contare i giorni che mancavano alle ferie…questo era lavorare.
Diversamente lui non faceva altro che raccontare e insegnare a come farsi piacere il proprio lavoro e farlo al meglio, una professione da consulente aziendale, anche se a volte si sentiva un “motivatore per lavori di merda”.
Era mesi che girava il nord Italia, aziende piccole e medie, il lavoro non mancava e lui era sempre il primo a dichiararsi disponibile ad andare nelle trasferte più lontane. Lo pagavano bene e poteva permettersi dei fine settimana in giro per alpi francesi, svizzere e, ovviamente, dalle sue parti. Un discreto alpinismo da fine settimana, senza troppe difficoltà… che la testa era altrove e non aveva la giusta concentrazione per affrontare i “vioni” che gli venivano proposti dai più bravi del gruppo.
Una vita tranquilla senza nessun impegno familiare, sentimentale o altro.
Già nessuna nuova se non la lettera arrivata da un avvocato che lo accusava di abbandono del tetto coniugale….
““Che palle!!”“ pensò.
““che ne sanno loro?”“
““Non ho abbandonato nessuno, sono scappato per non ammalarmi!!”“.
Improvvisamente gli tornò in mente Penelope…già…Penelope…. erano già passati cinque anni da quel primo incontro…
Tutto era cominciato per caso.
Lunedì, il solito lunedì di un inizio di primavera tranquillo e caldo di cinque anni fa.
Ulisse arrivò nella saletta aziendale dove si tenevano i corsi, se la ricordava bene perché era uno dei posti dove tornava volentieri, non fosse altro perchè il personale era quasi totalmente femminile e di tutto rispetto sul lato delle teste fini e ….delle “gran belle curve”!
Entrò e salutò tutti, alcuni lo riconobbero… per altri era la prima volta.
Questa volta era presente anche la “Rossa” una bravissima sanitaria che si occupava di formazione e programmazione ospedaliera. Era andata in maternità un anno prima ed era appena rientrata.
Era in fondo alla stanza e teneva un bimbetto attaccato al seno.
Si incrociarono con gli occhi, un fulmineo saluto e si cominciò la lezione.
Pausa caffè…
Ulisse pensò ““Lievitata la tipa, ma sempre una gran bella donna…..due tette da paura!! sicuramente siamo in zona medaglia…anzi di più”“.
La Rossa lo freddò con lo sguardo – ““ma che ti guardi? Mai visto allattare? E dire che mi stavi pure simpatico……sei proprio un ebete……Meglio se gli chiedo qualcosa, altrimenti non smette di guardarmi sto pirla!”“
Ulisse ““porco demonio, questa ce l’ha con me…che domanda del cazzo mi fai???”“
Finita la riunione, solita verifica di gradimento, soliti convenevoli di turno.
La Rossa iniziò a prepararsi, mise in ordine la carrozzina, chiuse la borsa da Mary Poppins e si avviò verso l’uscita.
Fece un giro largo, ma le sedie le impedirono una linea retta e così decise, suo malgrado, di passare davanti alla cattedra.
Ulisse ““E questa che vorrà?? Sta a vedere che viene a dirmi qualcosa”“
La Rossa ““merda!!! mi tocca passare vicino all’ebete”“
I pensieri, non sempre, sono legati alle azioni.
Si salutarono come amiconi, persino uno stitico abbraccio a consolidare un “non si sa che cosa” e poi il solito scambio di numero di cellulare, auguri per la prole, auguri per il lavoro, e poi anche per belle gite montagna.
Ulisse ““ come fai a sapere che vado in montagna?”“
L a Rossa ““lo sanno tutti, che vai in montagna e arrampichi, forse lo hai detto a una lezione, non ricordo”“
Infatti era una bugia bianca, non lo sapeva nessuno della montagna e dell’arrampicata e, tanto meno, lo aveva detto a lezione.
Ma era bastato andare sulla sua pagina di FB per sapere tutto e di più. Lei lo aveva fatto, la maternità era stata lunga e il tempo, probabilmente, non passava così velocemente…o chissà…magari semplice curiosità!
La Rossa ““anche io andavo in montagna ma solo a passeggiare con suo padre”“
e indicò il bimbetto che, nel frattempo, si era addormentato.
Ulisse:”“bene allora combiniamo una gita insieme…più avanti magari, che ora mi sembri parecchio impegnata”“
Passarono alcuni anni, lui non era più tornato più in quell’azienda a fare formazione, lei si era licenziata perché voleva avvicinarsi a casa ed aveva un progetto in testa.
Si incontrarono per caso in città.
Lui, tornando dalla montagna, si era fermato a prendere un gelato, lei lo stava comprando per il piccolo che oramai camminava sulle sue gambette.
Strano a dirsi ma sembravano amici da sempre, come se si fossero visti tutti i giorni e cominciarono a parlare e a sorridere delle battute fatte, a raccontarsi l’uno dell’altra.
Non organizzarono di andare in montagna….
La Rossa scelse una gita al mare.
Partenza al mattino e arrivo previsto entro le ore 17,30 perché avrebbe dovuto prendere il marmocchio all’asilo, preparare cena, fare la moglie, e tutto il resto.
Camminarono a lungo sulla spiaggia di inizio inverno, in una giornata ancora calda, con un poco di brezza che le scompigliava i lunghi capelli.
Iniziarono a passeggiare vicini, uno accanto all’altra, poi si presero per mano, alla fine della passeggiata si ritrovarono seduti a un tavolino di un bar chiuso.
Guardavano il mare, le mani si accarezzavano, si guardavano come adolescenti alla prima uscita, preoccupati di non fare brutta figura con le parole e i gesti e, soprattutto, nascondere le proprie voglie!
La Rossa: ““che pensi di me?”“
Ma prima che Ulisse potesse rispondere, sorrise, si alzò dalla sedia e lo baciò.
Avevano trovato un modo tutto loro di vedersi: appuntamento al mattino presto prima di iniziare il lavoro in qualche bar sperduto della periferia cittadina. Di solito in 10/15 minuti si raccontavano le loro rispettive vite e cosa avrebbero fatto nella giornata.
Poi agenda alla mano, progettavano la loro fuga da tutto e da tutti.
Ulisse decise (così gli pareva ma in verità era stata Penelope a farlo decidere!!!) che Penelope (così oramai la chiamava) doveva fare parte della sua vita ma era un obiettivo non facile, Lei era una donna complicata, difficile, voleva il massimo dalla vita e se lo stava costruendo con determinazione.
Anche la volta che finirono a letto, lo decise lei. Decise giorno, momento ed ora, non gli disse nulla ma non per fargli una sorpresa ma perché voleva avere il gioco in mano sempre e solo lei.
Ritornarono in riviera, scelsero un bell’albergo lungo mare e si chiusero in camera dopo pranzo.

Entrambi avrebbero voluto fermare le loro vite….
Rimasero in quella stanza per un tempo indefinito, fuori si sentiva solo lo sciacquio dell’onde sul bagnasciuga, qualche voce anziana che richiamava il nipotino, ma erano sfumature, si percepivano appena e il cervello le scacciava via per assaporare i suoni dello strusciare dei loro corpi.
Quando scesero dalla stanza dell’albergo, Ulisse si avvicinò alla reception, si inventò una scusa….una telefonata improvvisa di lavoro che non gli avrebbe permesso di passare la notte, pagò in contanti e si allontanò.
Penelope era sulla scalinata dell’albergo, in controluce.
Ulisse la vide ““Dio quanto è bella”“.
I capelli lunghi e rossi scendevano sulle spalle ed erano inondati dalla luce del sole al tramonto di un fine autunno che rimase impresso per sempre nei loro ricordi.
Ulisse si avvicinò, la baciò…un bacio infantile, sulle labbra… lei lo guardò negli occhi e gli mormorò qualcosa. Ulisse non capì ma risponde di sì, avrebbe detto sì a qualsiasi cosa in quel momento; lei sorrise e a voce alta, girando su se stessa ed indicando la finestra della loro camera, affermò ““Ecco quella sarà la nostra nuvoletta, questo sarà il nostro tempo, noi non avremo una storiella e basta, noi saremo la storia!”“.
Ritornarono in città, tutto come da programma, Lei scese dalla macchina e salì sulla sua, non si voltò indietro ma, acceso il motore, girò l’auto verso di lui, si avvicinò. Abbassò il suo finestrino, lo guardò come se guardasse la cosa più importante al mondo e gli disse ““non scordiamoci mai questo giorno, qualunque cosa accada tra di noi, promettimi che non scorderai questo giorno insieme”“
Non aspettò la risposta e se ne andò.
La vita degli amanti, alla lunga, è logorante ma non per loro.
Loro non pensavano di essere amanti ma coppia, cosa a dir poco strana se si pensava alla loro vita.
Penelope era molto più sicura di sè, sapeva come fare, come organizzarsi, come preparare il pre e il dopo, era molto più sul pezzo di Ulisse, pur non avendo mai avuto relazioni extraconiugali prima di allora…o almeno così aveva fatto credere ad Ulisse….
La cosa strana o che non riuscivano a spiegarsi, era il passare del tempo senza fare nulla se non parlare e stare appiccicati l’uno all’altro, a volte ridevano di questo gioco, sembrava che volessero fondersi insieme in una sola cosa. Poi arrivava la passione e il gioco diventava un altro.
Ulisse stava vivendo una seconda gioventù: andava in montagna molto più di sovente e aveva scoperto di essere innamorato o forse qualcosa di simile che non aveva mai provato.
In quei mesi Ulisse aveva ritrovato la voglia di andare in montagna, quella vera, dove si arrampicava e non si facevano solo le camminate in salita.
Aveva anche ricontattato la Vanny per ritornare a fare qualche bella via insieme.
La Vanny gli aveva reso la vita facile in montagna, visto che scalava almeno un paio di gradi in più su roccia, che non si faceva intimorire dalle vie trad, sapeva fare tutte le manovre di autosoccorso ed era, soprattutto, la sua infermiera di fiducia.
E sì perché Ulisse era talmente paranoico che, se aveva mal di pancia per aver mangiato alla mensa di qualche azienda, era a lei che telefonava per sapere che esami fare, per farsi diagnosticare un sicuro male incurabile!
Vanny ci aveva fatto il callo oramai, si metteva a ridere, gli consigliava una tisana e lo sbeffeggiava per il resto della telefonata.
Erano sempre stati una buona cordata, andavano su come dei treni e, da qualche anno, avevano iniziato a chiodare delle vie nuove. Comunque, era sempre la Vanny che risolveva i problemi difficili. Era lei che partiva se lo spit era lungo, se la fessura strapiombava e bisognava mettere i friends, era lei che si calava sulle doppie sconosciute e che strapiccavano.
Ulisse arrampicava bene ma non aveva la temerarietà di Vanny.
Sul Corno Stella erano partiti per tentare “Alitalia”, una via che conservava un alone misterioso su dove passare, dovuta alla scarsa chiodatura e a pochi riferimenti sulla direzione da seguire.
Era partito Ulisse sul primo tiro; trovato quasi subito un chiodo, l’aveva rinviato e si era tranquillizzato non poco. La placca era fantastica la roccia del Corno era perfetta e quello era il suo genere. La sosta però non si vedeva e non sapeva dove guardare per intraprendere il viaggio verso l’ignoto. Ulisse non riusciva più a muoversi, se non di qualche decina di centimetri ma poi ritornava sui suoi passi.
Questa “danza della paura” durò almeno una mezzora, finché Vanny non gli disse di ritornare in sosta.
Cambio di corde e partenza di Vanny, passò il chiodo già conosciuto e salì dritta come un fuso sulla “placca che spacca”. Oramai era a quasi 6 metri dal chiodo quando vide una fessura e ci piazzò un microfriend, salì e con una lunga spaccata andò a prendere una ruga di roccia con il piede destro, spostò il peso su questo lato e riuscì a pinzare un funghetto di roccia che la dirottò sulla placca leggermente abbattuta e da lì, alla sosta.
Vanny preparò la sosta e guardò in basso Ulisse, che le dava corda.
Vanny ““Oggi non è giornata neanche per me….meglio calarsi e andare a farsi una birra da Marco al Rifugio”“.
Tre settimane dopo erano di nuovo sul Corno, l’obiettivo era il “Diedro Rosso” alla parete Nord-Est.
Erano anni che ci pensavano, per i cuneesi e francesi era una via imperdibile, per loro lo era diventata!
Partiti un venerdì sera per il bivacco Varrone, il mattino dopo risalirono il canalone del Lorussa, oramai più detriti e sabbia che neve, e si portarono, con un lungo diagonale ascendente a destra, all’attacco della via.
Vecchi chiodi indicavano, più o meno la direzione da seguire, ma poi arrivati sotto il grande tetto ecco il passaggio di cui si parlava da sempre. Ci stavano ancora i “VITONI senza fine” che il buon Pippo aveva montato anni prima. Vennero subito rinviati ma anche rinforzati da due friend maxi, misura 6, che era stata un’impresa portare sull’imbrago.
Si incastrarono nella fessurona, cercando di passare in un artificiale elegante ma ne venne fuori solo uno strisciare inverecondo e per nulla armonioso. Comunque, salirono, lentamente ma salirono.
La fessurona era finita, adesso rimanevano i tiri su roccia sana…tiri belli non solo da vedere ma anche da salire, e così fu…
Si erano organizzati come su una BIG WALL recuperando un vecchio zaino che si incastrava ovunque!!! Ma non importava, alla fine erano giunti sulla piatta del Corno. Una telefonata per dire che tutto era bene all’amica di Vanny e giù per le doppie, sull’altro versante, a bersi la meritata birra al solito rifugio.
Quella salita li aveva galvanizzati, cominciarono a progettare salite su salite, una più bella dell’altra e Ulisse pensava che non avrebbe mai avuto un tempo migliore per vivere.
Quegli anni passarono in modo incredibile; Penelope ed Ulisse erano innamorati come ben poche persone lo erano state, eppure non costruivano nulla insieme…anzi, forse litigavano più di una coppia di fatto, rompevano e ritornavano insieme con tempistiche quasi settimanali, non riuscivano a vedersi insieme nel futuro ma al contempo non riuscivano a non vivere insieme il presente.
Penelope era diventata un elemento di spicco all’interno della nuova Azienda, le avevano concesso un ufficio all’ultimo piano del grattacielo con vista Monviso, aveva responsabilità grandi, ma, nonostante tutto, non era soddisfatta di quello che stava facendo. Una sera telefonò a Ulisse (cosa inusuale visto le loro rispettive posizioni familiari) …aveva la voce triste.
Penelope ““ ho deciso di licenziarmi, ho accettato un incarico in quell’ospedale di cui ti ho parlato, torno a fare quello che facevo quando mi hai conosciuto, mi manca quel mondo e ho bisogno di fare qualcosa che posso toccare con mano, devo vedere che il mio lavoro serve a qualcosa di tangibile e non solo creare cose che non potrò mai vedere. Stammi vicino, non ho idea di cosa farò, non voglio nulla, solo poter contare su di te”“.
Ulisse ascoltò, senza però capire la persona con la quale aveva vissuto gli ultimi 4 anni, non si capacitava di questa scelta.
Ulisse ““ prendi tempo, non decidere ora qualcosa di cui poi potresti pentirti, io ci sono ma dammi il tempo di mettere a posto alcune cose”“.
Penelope annuì e chiude la telefonata; passarono ancora mesi in questa sorta di limbo ma poi un mattino non si presentò al solito appuntamento al bar. Dopo qualche giorno si videro, su una panchina al parco. Penelope gli disse che aveva deciso e aveva deciso per entrambi: sarebbe andata a lavorare in quell’ospedale lontano e lui avrebbe potuto seguirla…. se lo avesse voluto.
Ulisse si avventurò in quelle discussioni infinite di cui era maestro per portare avanti le sue ragioni; Penelope lo ascoltò per un poco, poi si alzò e lo baciò.
Penelope ““ Fanculo!”“ e si allontanò verso l’uscita del parco.
Ulisse rimase immobile, era troppo orgoglioso per correrle dietro e troppo confuso per capire cosa dirle.
Passarono altri 6/7 mesi, qualche rara telefonata e decine di @ che Ulisse inviava a Penelope senza che lei gli rispondesse.
Arrivò Ferragosto e Ulisse decise, non sapeva cosa, ma preparò il trolley ed uscì di casa.
Ormai erano tre mesi che Ulisse viveva a casa della madre, e ogni giorno desiderava telefonare a Penelope ma poi si limitava a scriverle una @.
In quei mesi aveva scritto decine di @ ma Penelope aveva risposto solo occasionalmente e in modo “tiepido”. Non era mai entrata nel merito dei dubbi di Ulisse, delle nascoste richieste di aiuto che lui aveva quasi timore venissero prese in considerazione. Erano due persone orgogliose che mai avrebbero chiesto aiuto e mai sarebbero state capaci di ammettere i loro errori.
Sapevano bene che erano alla fine della loro storia: Ulisse non lo avrebbe voluto, ma Penelope pensava a cose grandi e non aveva tempo per girarsi indietro.
Una mattina, verso le 5, Ulisse si svegliò di soprassalto, il cellulare stava squillando e apparve il nome di Penelope.
““Sono a Malpensa, volevo avvisarti che stiamo partendo per la Bolivia, sai quel progetto di cui ti ho parlato? Staremo via un po' di tempo, non so quanto, i bambini andranno in una scuola italiana e potranno studiare come da noi, io lavorerò come responsabile infermieristica dell’ospedale che la nostra Associazione ha costruito da quelle parti. MI accompagna anche il “mediconzolo” come lo chiami tu!!!”“
Sorrise come sempre, quando non sapeva cosa dire e cosa fare.
““ Sai che ci sono le montagne da quelle parti? Magari ti viene voglia di venire a trovarci….pensaci!”“
Ulisse farfugliò qualcosa ma non sapeva neanche cosa, pensò che magari stava ancora dormendo ed era solo un sogno.
““ Ulisse non dimenticarti di noi e della nostra nuvoletta, noi siamo stati e saremo la storia, una bella storia. Ti auguro tutto il bene possibile!!”“
CLICK

La telefonata si chiuse!
Dal letto Ulisse vide che il giorno stava sorgendo, ricadde sul letto di schiena e guardò il soffitto, aveva gli occhi semichiusi, non ci sarebbe stato male un bel pianto liberatorio ma non venne fuori neanche una lacrima.
Ulise si alzò, prese lo zaino che aveva preparato la sera prima e partì verso la Valle Gesso. E fin troppo presto… in giro non c’era ancora nessuno e arrivò veloce al parcheggio al Pian della Casa. Mollò la macchina e, con passo veloce, partì per il sentiero che portava al Remondino.
Si accorse di correre quando il fiato gli venne a mancare ed ebbe quasi un mancamento. Ma correre gli impediva di pensare e di stare male.
Superò il rifugio, non aveva voglia di vedere nessuno e tirò dritto verso l’attacco della via alla parete di Cima Paganini.
“Viva le donne”….non poteva scegliere una via con il nome più assurdo in una giornata come quella.
C’erano ancora chiazze di neve sotto la parete, vide uno spit in alto e un cordino che penzolava e si avvicinò alla parete. Imbrago, casco, mezza corda nello zaino, la restante fuori e un capo legato all’imbrago, il resto libera, un paio di rinvii, qualche ghiera, due cordoni di traverso sulla spalla…
Si mise le scarpette e infilò gli scarponcini dentro lo zaino.
Cominciò ad arrampicare, piano piano…aveva deciso di andare in solitaria.
I primi metri erano quasi in piano, poi la parete si drizzava un pochino ma anche gli appigli sembravano crescere man mano che si saliva.
Oramai era a quasi una ventina di metri, pensava, pensava troppo, non riusciva a staccare la spina, non riusciva a “non pensare” alla telefonata ricevuta la mattina, non vedeva e non sentiva nulla, non era sul pezzo, si perdeva, si guardava intorno ma non vedeva; prese un appiglio grande, lo caricò richiudendo il braccio, alzò il piede dalla parte opposta, ora aveva l’altro piede e l’altra mano messe bene e fu in quell’attimo che il grosso appiglio si staccò, in un nano secondo, dalla parete.
Si accese una spia rossa nei pensieri di Ulisse, ora era tutto un allarme, corpo, testa e cuore si attivarono, sentì lo spavento salire dalla pancia alla bocca che si seccò immediatamente, lo assalì quella sensazione di vuoto a cui non si sa come rispondere.
Cadde all’indietro, cercò di ritrovare l’equilibrio stringendo il secondo appiglio che la mano buona, strinse ancora, provò ad ordinare al piede che era rimasto a mezza altezza di trovare la roccia su cui poggiarsi.
Nulla rispose ai suoi comandi che non erano studiati, ordinati, voluti ma semplicemente frutto delle casualità o forse un riflesso incondizionato.
Batté la schiena sulla parete ma non sentì nulla perché lo zaino lo riparò, poi si girò su un fianco e cominciò a scivolare, battere e saltare, saltare e battere sulla roccia della parete. Quello che prima si pensava una camminata in salita, ora apparve un baratro in cui infilarsi senza speranza.
Ulisse ci provò a fermare la caduta, provò ad ordinare alle proprie gambe di arrestare lo scivolamento verso l’ignoto. Cercò di appoggiare il sedere sulla parete e con le gambe – quelle che erano forti dopo lustri di partite a calcio dall’oratorio – frenare il suo corpo che cadeva. La gamba destra toccò uno spuntone, sembrava riuscito nel suo intento ma ecco che il suo corpo si alzò in avanti, superò la gamba, la parete sottostante e con un bellissimo volo in avanti, atterrò sulla chiazza di neve.
Silenzio, Ulisse non udì nulla, solo il freddo della neve sulla faccia. Non sentì neanche dolore.
Resettò tutto in pochi secondi, con le braccia si girò su stesso per guardare in alto, ci riuscì… le braccia erano a posto.
Era disteso con la schiena sulla chiazza di neve ma lo zaino lo proteggeva, non si era staccato e lavorava come un air-bag. Si aiutò con le braccia per mettersi seduto ed in quel momento vide la gamba destra. Strana visione: il ginocchio era dritto ma il piede girato all’interno della gamba.
Non riescì a muoverlo e dopo alcuni secondi un male porco cominciò a invadere il suo corpo, e proveniva proprio da quella parte.
Lo accettò e continuò l’ispezione. Faticava a respirare, il naso cominciava a sanguinare; prese una palla di neve e la appoggiò al volto.
In quel momento sentì delle voci, guardò attraverso la mano e la neve e vide due persone che camminavano veloci verso di lui.
Appena giunte, tolse la mano dal volto e le vide. Erano una donna e un uomo, per fortuna non sembravano spaventati e lo invitarono a coricarsi e non stare seduto. Gli annunciarono che avevano chiamato il soccorso e che sarebbe arrivato l’elicottero quanto prima.
Ulisse obbedì e si coricò. Era confuso ma anche tranquillo… sapeva che di lì a poco sarebbe finito tutto.
La donna gli parlava con calma, gli chiese se avesse freddo o sete, lo coprì con il suo giacchetto e gli tenne la mano. Aveva un volto dolce, la sua voce la sentiva appena ma infondeva tranquillità.
Poi gli prese il polso e, poco dopo, gli disse di tranquillizzarsi, perché aveva le pulsazioni che andavano troppo di corsa.
Avrebbe voluto essere una battuta ma Ulisse non la capì e non sorrise.
Lei continuava a fargli delle domande, ““come si chiama? dove abita? che giorno è oggi?”“…..Ulisse rispondeva ma non aveva cognizione se rispondeva il giusto o meno.
Lei continuava a parlargli e a chiedere le cose più strane.
Ulisse rispondeva come un ebete, aveva molto male e lo disse!

Lei rispose che non poteva fare nulla ma lo tranquillizzò dicendo sarebbe presto arrivato l’elicottero e gli avrebbero dato degli antidolorifici in vena… e così tutto sarebbe passato.
Si girarono tutti e tre di scatto, come in un film, il ronzio dell’elicottero era arrivato all’improvviso e salì d’intensità, man mano che si avvicinava dalla valle.
L’uomo si distaccò di qualche metro dalla parete e segnalò la posizione del gruppo, alzando le braccia a V.
Ulisse era ora coricato sul letto in ortopedia, ci era arrivato il pomeriggio precedente.
Aveva il piede destro in trazione con una bella frattura di tibia e perone (tipica dei tennisti e dei giocatori di calcetto…. peccato aver rotto la “tipicità”!!), due costole incrinate e una faccia che sembrava uscita da una rissa.
Non poteva lamentarsi… il medico gli aveva detto che il giorno successivo lo avrebbero operato e tempo una settimana avrebbe potuto tornare a casa.
Ulisse aveva appreso la notizia con un mezzo sorriso, stava infatti pensando a come organizzarsi… certamente non avrebbe potuto informare sua madre, non fosse altro che non aveva mai accettato che andasse in montagna ad arrampicare.
Una telefonata a Vanny ecco la soluzione.
Mentre stava cercando il telefonino, sentì bussare alla porta della camera…neanche il tempo di rispondere e una persona entrò. Era un’infermiera, lo si capiva dalla banda blu al taschino e, che strano, aveva uno zaino in mano uguale al suo.
““Come stai??”“
Ulisse la guardò meglio e la riconobbe: era la ragazza che lo aveva soccorso!!!
Ulisse ““Ciao sto benino, grazie e grazie per tutto quello che hai fatto, compreso il recupero dello zaino! Sei un’infermiera…ecco perché tutte quelle domande!!!”“
Ulisse sorrise e sorrise anche la tipa.
La Tipa ““ho potuto recuperare solo lo zaino e la corda ma forse il resto te lo hanno tolto al pronto e penso lo abbiano messo nella sacchetta che hai in armadio, se vuoi guardo”“.
Ulisse ““si grazie, se non ricordo male mi hanno svestito e tagliato i pantaloni e tutto il resto. Quello che è rimasto è dentro il sacco”“.
““Comunque grazie, se non ci foste stati voi a chiamare i soccorsi avrei aspettato ore prima che arrivasse qualcuno”“.
La Tipa ““ E si, sei stato fortunato: fortunato perché sei caduto sulla neve e perché non sei ridotto male, purtroppo due anni fa un nostro amico si è conciato peggio, molto peggio di te”“.
Ulisse ““già, fortunatissimo, se non fosse stato per quella pietra che si è staccata, lo sarei stato ancora di più…scusa ma non ti ho chiesto neanche come ti chiami”“.
La tipa ““ non pensarci, te la sei cavata e tempo qualche mese sei di nuovo in pista…piacere Anna”“.
Anna ““dal pronto hanno chiamato anche il numero che avevi segnalato sul cellulare come contatto di emergenza, sta arrivando anche Lei”“.
Ulisse ““cavolo Vanny…..non l’ho avvisata, porca puzzola, adesso si incazzerà come una iena a sapere che arrampicavo da solo!”“.
Si aprì la porta e Vanny entrò come una furia.
Vanny ““ Pirla!!! Sei un grandissimo pirla !!! possibile che non capisci un cazzo?? Che cosa vai ad arrampicare da solo?? Ma cosa ti frulla in quella testa bacata??? Hai della segatura di sicuro….porco demonio mi è preso un colpo quando mi hanno telefonato dal pronto che eri stato recuperato dall’elicottero in montagna, mi hanno detto “Signora stia tranquilla è vivo!”….già vivo e io ho perso 10 anni di vita per lo spavento!”“
Ulisse ““ minchia…OK, OK hai ragione, scusa avrei dovuto chiamarti io ma, adesso, non facciamoci conoscere da tutti”“.
Vanny si girò su stessa e guardò la collega ““ conoscere da chi? da Anna? Grazie a Dio ci conosciamo perfettamente…visto che è la mia compagna!”“.
Ulisse le guardò avvicinarsi e scambiarsi un bacio, poi sorrise e pensò che da quel momento in poi avrebbe potuto chiedere ad Anna che esami fare se avesse di nuovo avuto mal di pancia!
Gian Piero Porcheddu (GISM)
N.B. i racconti, compreso questo, partono da ricordi ed esperienze vissute (le scalate raccontate sono tutte vere ma fatte con persone diverse: la salita del Diedro Rosso al Corno Stella, ad esempio, è stata fatta insieme a Claudio Battezzati) ma poi, quasi tutto il resto, è romanzato. Questo perché non mi importa raccontare fatti reali, bensì trasmettere immaginazioni, sensazioni e illusioni.








