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Contaminazioni (resoconto del corso AR1 - autunno 2025)

Prima giornata del corso si va alle Courbassere, che come qualcuno mi dice, sottovoce e con fare circospetto, dovrebbe essere “aggiornata”.
Non ho la “storicità” dell’amico e pertanto non dico nulla ma il posto è sicuramente utile per i riti di iniziazione di giovani virgulti che intendono affrontare l’arte dell’arrampicata.
Qualche cosa dice agli allievi che oggi sarà un giorno speciale perché si continua a parlare del mitico “volo del copertone” ma non si comprende che cosa sia sino a che non lo si prova di persona, e quando lo apprendono sono già in volo trattenuti dal buon Zuc.

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Come sempre la birra comunitaria di fine giornata lascia tutti appagati e pronti per la seconda uscita.
In quel di Monte Strutto tutto è bucolico, il prato sotto le pareti, le famigliole con la borsa frigo con cibarie in quantità tali da affrontare il pranzo di Natale, le partite a palla e a volano, che rompono gli zebedei al resto della popolazione, le rincorse dietro al cane che, immancabilmente, travolgono la nonnina che stava passeggiando con l’ombrellino da sole….
Ma ci sono anche le pareti di roccia e ci sono anche tante vie tracciate, tutte scalabili e pronte all’uso…sempre che non ci sia la solita coda di scuole o qualche furbetto che lascia la corda in pianta stabile su una via tutto il giorno (….sai siamo in tanti e la vogliamo provare tutti!!!).

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Lo spazio comunque non manca, basta trovare qualche via leggermente più difficile e la coda si dissolve come neve al sole.
Seconda uscita archiviata e ovviamente secondo giro di birre nei localini della zona.
Quasi quasi non sarebbe male scrivere una guida con le migliori birrerie nei paraggi della falesia!!! Avremmo ottimi compilatori, quasi dei professionisti da “gambero rosso”.
Il monte Bracco ci accoglie con una giornata uggiosa, tanto per ricordarci che, prima o poi, l’autunno arriva.

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Pronti? Via! in ordine sparso tra vie lunghe e bi-tiri con il menù che si preferisce in una delle falesie storiche della Provincia di Cuneo.
I miei allievi ed io ci ritroviamo a fare una via in uno dei settori più appartati della falesia. Davanti a noi una cordata della nostra scuola che fila come un siluro. Mi stupisco non poco che i miei allievi conoscano la via e abbiano letto la storia che racconta della sua apertura. Mi fa piacere e così racconto altri fatti e aneddoti di quelle pareti.

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Arriviamo in punta alla “Testa dell’Aquila” ed abbiamo il tempo di apprendere che al parcheggio è successo un finimondo con un’auto che ha scambiato il posto come una pista di autoscontro e ha fatto “filotto” di una bella serie di autovetture parcheggiate!

Nulla da dire, oggi si rischiava di più a stare al parcheggio che ad arrampicare!
Scendiamo con due belle doppie dalla parete verticale e noto, in qualcuno, lo sguardo che abbiamo avuto tutti noi alla prima doppia: “ma chi c…o me lo ha fatto fare!” rimpiangendo una sana partita a tennis (che adesso fa anche figo con tutto quello è diventato).

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Quarta uscita nel regno della “placca che spacca”….Paretone di Machaby e dintorni.
Al mattino un freddo porco ci accoglie al parcheggio, tempo di ricevere cartellini degli allievi da “capitano mio capitano”, alias Martina la direttrice del Corso, che li dispensa con fare certosino, e via di corsa a scaldare le gambe sul sentiero che conduce alla base delle vie.
Arrivati sembra di essere al mercato di Casablanca, tutti indaffarati a conquistare la propria linea di salita e mandare via quelli che vorrebbero passare davanti. Si scherza sul fatto che occorra un’organizzazione da parte della direzione ma oramai Martina è, giustamente, partita per la sua via con allieva al seguito.
Maria, la mia allieva, ed io scopriamo una via che non se la fila nessuno, vuoi perché la partenza rimane nascosta, vuoi perché – forse – ha ancora quella nomea di “via da interpretare” (mai capito cosa voglia dire su una via di placca!!).

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Saliamo tranquilli, accanto a noi, sia a destra che a sinistra, arrampica mezzo corso della Gerva e così possiamo scambiarci battute e fare un supplemento alle lezioni sul movimento da utilizzare sulla placca.
Maria si impegna non poco, stringe i denti e sale cercando di seguire le indicazioni che le fornisco, ma la via ha qualche passo difficile per una che arrampica per la prima volta su una via lunga ma, concordiamo che bisogna pur iniziare e un urletto ogni tanto defatica, motiva e fa figo (urla pure Ondra!!).
Quasi dieci tiri e siamo fuori, la socia è stanca ma “capace di intendere e volere”, non mi inveisce contro per un battesimo del fuoco un tantino sopra le righe, anzi sorride tranquilla, ed è pronta per una ristoratrice birretta.

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Non ho idea se ci incontreremo ancora, se ricorderà questa salita per una sera o per un tempo indefinito; da parte mia sarei contento se fossi riuscito a contagiarla con la passione dell’arrampicata, perché questa “contaminazione” è poi, alla fin fine, l’essenza del corso, dove, oltre a tutti gli insegnamenti sulla catena di sicurezza, sui nodi, sui paranchi, sulla meteorologia, sui movimenti e su tanto altro ancora, l’arrampicata diventi movimento dell’anima e non solo degli arti.
La Sbarua è storia pulsante della Gerva, alcuni dei nostri istruttori hanno aperto delle vie che rimangono dei riferimenti di bellezza e ardimento e quindi è impossibile mancare questo appuntamento.
Così è, si scelgono le vie e, anche in questo caso, il sovraffollamento ci costringe ad essere due o tre cordate sulla via prescelta. Nulla di male, anzi è un bene così ci guardiamo a vicenda e possiamo intervenire sulla formazione in ambiente alpino (che figa sta terminologia da manuale!!!).

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La Sbarua è poesia pura con i suoi colori autunnali, con il suo cielo terso, con lo sfondo del Viso…e le sue caprette che si ritrovano alle soste in alto.
Però è anche arrampicata a volte rude, a volte delicata su muri a piccole tacche che occorre valorizzare.
Tutte le allieve e gli allievi sono stati debitamente informati di ciò e seguono con dovizia e buone capacità, gli insegnamenti ricevuti.
L’arrivo a Casa Canada, dopo le salite, è lo stesso di sempre, grandi chiacchere condite con foto da cellulari e panini enormi (davvero devo ancora capire come possano essere contenuti in zaini formato mignon, panini ciclopici e cibarie varie in quantità tale da sfamare reggimenti di fanteria!!).

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Ultima uscita a Finale per capire che esiste anche una roccia chiamata calcare con tanti buchi dolorosi, dove si è svolta un’epopea incredibile dell’arrampicata, per fortuna non ancora conclusa.
Il sabato sera alla cena conclusiva faccio da spettatore e cerco di ascoltare i discorsi delle ragazze e ragazzi del corso.
Mettersi in un angolo e sentirli chiacchierare è sempre illuminante; scommetto, con me stesso, chi continuerà ad arrampicare e sicuramente ritroveremo ad altri corsi o sotto una falesia per conto suo, chi ha trovato l’anima gemella per svernare l’inverno e cinguetta con discrezione con la sua/o lei/lui, chi si sta ancora guardando intorno per fare una scelta, non della vita ma almeno sufficiente per andare in falesia sino a primavera.

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Tra loro e noi (istruttori), in alcuni casi, vi sono parecchie generazioni di differenza anagrafica, pertanto diventa difficile capirsi, ma ci buttiamo lo stesso nelle loro discussioni.
Apprendiamo che esiste un vocabolario non scritto, con termini che non conosciamo ma che ci fanno sorridere e che, magari, potranno essere di spunto per dare un nome a qualche via che andremo a chiodare questa primavera, lo slang della generazione Z è foriera di buoni spunti: “l’ombra del boomer vi sotterrerà”, “Vai di Bufu”, “Sono Crush”, “Alla ricerca del mio Mood”.
Il mattino dopo volti ancora offuscati da una buona cena condita da vinello ligure che, stranamente, non assomigliava al divin beveraggio del Cristo in croce, ci accoglie la sorpresa di una sacher di produzione casalinga, fatta da un’allieva che richiede l’anonimato, non fosse altro che ha già avuto una decina di prenotazioni per la prossima uscita.
Ultimo giorno del corso, le falesie finalesi ci aspettano a braccia aperte, insieme a circa un altro milione di arrampicatori e bikers da tutto il mondo.

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Un primo obiettivo è trovare parcheggio, il secondo arrampicare senza una decina di cordate sopra la testa, la terza trovare arrampicatori parchi di parole, anzi votati al mutismo ermetico più stretto, tutte e tre le cose insieme è arduo trovarle ma non impossibile.
Alla fine, una buona intesa con altre scuole che avevano scelto la stessa nostra falesia, ci permette di scambiarci i tiri così che, a fine giornata, ogni cordata ha consumato 7/8 vie.
Allievi e allieve sono stupiti da questa arrampicata (per alcuni è la prima volta che arrampicano in questo luogo sacro) e continuano a guardarsi i polpastrelli consumati dai buchi e dalle tacche ruvide e non capire quali siano le prese buone da tirare e quelle solo da guardare.

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Il corso finisce consegnando ad ogni allievo/a il suo cartellino contenente le uscite fatte, nonché i suggerimenti e i consigli che ogni istruttore ha scritto per migliorare il percorso di apprendimento (lo so che vado contro corrente che molti preferirebbero il termine “giudizi” ma giudicare è da presuntuosi, condividere la passione e dispensare esperienza e vissuti, è molto meglio).
Gestire un corso non è facile, sembra una scampagnata ma occorre un’organizzazione di tutto rispetto e richiede molto tempo; nessuna incertezza è concessa perché le cose filino lisce.
Anche queta volta tutto è riuscito bene e nessuna sbavatura organizzativa ha macchiato la “fedina alpinistica” della direzione del corso, premiando l’impegno della direttrice Martina, coadiuvata dai suoi fidi bravi Vale e Zanghi e con l’ufficio relazioni con il pubblico, strutture turistiche e affini, gestito dal “rattoppato” Walter.
Alla prossima….Alè Gerva!

Gian Piero Porcheddu (GPP).

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